Il Terzo settore tra concezione additivista e visione emergentista

Il terzo Settore è una risorsa solo quando è in atto una situazione d’emergenza o è da intendersi come una forma di agire che va a modificar ela realtà? In questo articolo di Stefano Zamagni cerchiamo di dare una risposta.

Vorrei cominciare innanzitutto ringraziando il presidente Luigi Bobba per l’iniziativa veramente meritevole di aver pensato alla realizzazione di un osservatorio sul Terzo Settore che porti il nome di Terzjus, denominazione dove ben si è posta molto bene l’attenzione sulla parola Jus che, come i giuristi sanno, è diverso dal termine legge: la legge è una cosa, il diritto è tutta un’altra cosa.

Concezione addivista e visione emergentista

Questa differenziazione di terminologia da usare quando si parla di Terzo Settore è necessaria perché in Italia siamo giunti oramai al punto di dover superare la concezione additivista per cui il Terzo Settore serve quando ce né bisogno o necessità e gli enti sono utili o necessari ma non indispensabili. Questa è una concezione nata in America dal Professor Lester Salomon che dice “il terzo settore è fattore di riserva a disposizione degli altri settori una volta che ve ne sia necessità”.

Per la concezione emergentista invece, il Terzo Settore è una forma di agire che va a modificare le relazioni già in esistenza tra le altre sfere della società, come il lievito che va a modificare tutta la pasta non solo una porzione di essa.

Perché è importante conoscere la distinzione delle due concezioni? Perché nella Riforma del 2017 è stata scelta la concezione emergentista, e da questa scelta ne discendono conseguenze molto rilevanti, quali ad esempio il passaggio dal regime concessorio al regime del riconoscimento.

Fino a prima della Riforma, gli enti pubblici concedevano la possibilità ai cittadini riuniti per raggiungere scopi di Bene Comune di agire, mentre ora l’ente pubblico non fa che riconoscere quanto esiste nella società civile: cioè l’azione dei cittadini a favore del bene comune.

Terzjus è importante che trovi il modo per chiarirle bene queste cose, perché ogni tanto la concezione additivista riemerge come se il Terzo Settore, che è vero che produce servizi, occupazione etc. potesse non servire più una volta che i fallimenti dello Stato e del Mercato fossero corretti. Io non sono assolutamente d’accordo, il Terzo Settore non è chiamato a produrre o creare occupazione secondo i modelli economici classici, in quanto la missione propria del Terzo Settore è anche quella di produrre di più, ma in una maniera completamente diversa, dialogando con il resto degli spazi e dei settori ed andandoli a modificare.

Questo è il motivo per cui il diritto comune del Terzo Settore è una novità che va ancora una volta sottolineata ed io esprimo ancora il mio compiacimento per la scelta dell’acronimo Terzjus.

Stato, mercato e comunità

L’importanza della novità portata dalla Riforma è anche quella di introdurre il modello sociale che si sta affermando da un po’ di anni anche in Italia che è quello tripolare: stato, mercato e comunità, mentre fino ai tempi recenti era un modello solo bipolare, stato, mercato. In  alcuni Paesi infatti il Terzo Settore veniva collegato funzionalmente o allo Stato o al Mercato senza dargli la dignità che invece merita.

Questa nuova forma tripolare è quella che può sostenere la vera sussidiarietà, che è quella circolare, quella cioè che mette in relazione dinamica proprio lo Stato, il mercato e la comunità.

Ciò chiarito, in premessa, entro ancora di più nel merito del tema qui affrontato. Le due principali concezioni di Terzo Settore di cui ho accennato prima, presenti nel dibattito corrente sono concezioni entrambe legittime, beninteso, ma con implicazioni molto diverse sul piano sia della legislazione di riferimento sia del modello di ordine sociale che i cittadini intendono realizzare. La prima concezione, quella additivista, vede il Terzo Settore come un ambito societario che si aggiunge agli altri già in esistenza, tanto che più di uno studioso ha avanzato la proposta di iniziare a parlare di un “quarto settore” distinto sia dal primo (mercato), sia dal secondo (Stato), sia dal Terzo settore (cooperative sociali, imprese sociali, fondazioni). La seconda concezione, invece, è quella emergentista, secondo cui, come abbiamo accennato, quella del Terzo Settore è una forma di agire che, una volta raggiunta la massa critica, va a modificare anche le relazioni già in esistenza tra le altre sfere della società. L’immagine che subito viene alla mente è quella del lievito che, una volta aggiunto alla massa di pasta, la fermenta tutta quanta e non solo una sua parte.

Per la concezione emergentista – che è quella alla quale si rifà la Riforma, individua la missione specifica e ad un tempo unica del Terzo Settore: quella di costituire la forza trainante per cambiare il modo di funzionare delle istituzioni sia politiche sia economiche. Di operare cioè per la propagazione, nelle sfere sia politica sia economica, di una concezione non individualistica dell’identità personale secondo la quale l’altro non è che una mera proiezione del mio io, un qualcosa di cui posso fare l’uso che voglio. A tale concezione, il Terzo Settore, tramite il volontariato, oppone l’idea di una identità in relazione con l’altro, per la quale l’io si produce solo attraverso un processo di relazione con l’altro. Per gli “additivisti”, invece il volontariato potrebbe accontentarsi di svolgere ruoli di supplenza o di supporto dei compiti affidati alle pubbliche istituzioni. Ma se così fosse sarebbe difficile continuare a riconoscergli una speciale legittimazione sociale. E ciò per l’ovvia ragione che per assolvere a tali compiti bastano – e avanzano – la filantropia organizzata, per un verso, e lo Stato benevolente, per l’altro verso.

Il limite più serio della concezione additivista è quello di esporre il Terzo Settore ed il volontariato ad un duplice “strattonamento”, quello che gli viene sia dal pensiero neoliberista sia dalla posizione neo-statalista, sebbene con motivazioni e argomenti tra loro diversi. I neoliberisti si appellano all’azione volontaria del Terzo Settore per portare sostegno alle ragioni del loro “conservatorismo compassionevole” al fine di assicurare quei livelli minimi di servizi sociali ai segmenti deboli della popolazione che lo smantellamento del welfare state da essi invocato lascerebbe altrimenti senza copertura alcuna. Ma ciò genera un paradosso a dir poco sconcertante. Come si fa a parlare in favore di comportamenti di tipo filantropico, come si fa cioè a incoraggiare lo spirito donativo quando la regolazione dell’attività economica attraverso il mercato viene basata esclusivamente sull’interesse proprio e sulla razionalità strumentale, vale a dire sull’assunto antropologico dell’homo oeconomicus? Solamente se la società fosse composta di individui schizofrenici ciò sarebbe possibile – individui talmente dissociati da seguire la logica del self-interest quando operano nel mercato e la logica della gratuità quando vestono i panni del filantropo o dell’operatore sociale.

Non intendo affatto negare che talvolta ciò possa accadere – come in effetti accade – ma nessun ordine sociale può durare a lungo se i suoi membri mantengono un codice dicotomico di comportamento, tenendo tra loro separate le sfere di vita personale. Il volontariato autentico risolve questo paradosso perché ci mostra che l’attenzione a chi è nel bisogno non è oggettuale, ma personale. L’umiliazione di essere considerati “oggetti” sia pure di filantropia o di attenzione compassionevole è il limite grave della concezione neo-liberista. Il volontario che dona il suo tempo agli enti del Terzo Settore, sconvolge invece la logica dell’efficienza, come essa viene tradizionalmente intesa. Le ore trascorse con il portatore di bisogni potrebbero – secondo quella logica – essere dedicate a produrre un reddito che il volontario potrebbe poi destinare a suo favore, mediante   l’azione filantropica. Per una chiara dimostrazione pratica di dove può condurre una tale linea di pensiero rinvio alla ricerca della United Nations Volunteers pubblicata in occasione dell’anno internazionale dei volontari e condotta dalla organizzazione statunitense Independent Sector. Ma v’è di più. Se si legge il rapporto di Kofi Hannan alla 56° Assemblea Generale delle Nazioni Unite (5 dicembre 2001) si troverà l’icastica affermazione, basata su quella ricerca, secondo cui “il volontariato contribuisce alla formazione del prodotto nazionale lordo”. Come a dire che il volontariato tanto più vale quanto maggiore è il valore aggiunto mercantile che esso genera. Una linea di pensiero questa che L. Salamon e H. Anheier, nel loro ben noto volume Global Civil Society (Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1999), avevano caldeggiato parlando del volontariato come “fattore di riserva” a disposizione degli altri settori della società.

Non diverso è lo “strattonamento” che viene dato al Terzo Settore ed al volontariato dal pensiero neostatalista. Anch’esso genera un paradosso analogo, sia pure simmetrico. Presupponendo una forte solidarietà dei cittadini per la realizzazione dei diritti di cittadinanza, lo Stato Sociale rende obbligatorio il finanziamento della spesa sociale. Ma in tal modo, esso spiazza il principio di gratuità, negando, a livello di discorso pubblico, ogni valenza a principi che siano diversi da quello di solidarietà, ad esempio al principio di fraternità. Ma una società che elogia a parole il volontariato e poi non riconosce il valore del servizio nei luoghi più disparati del bisogno, entra, prima o poi, in contraddizione con sé stessa. Se si ammette che il volontariato svolge una funzione profetica o – come è stato detto – porta con sé una “benedizione nascosta” e poi non si consente che questa funzione diventi manifesta nella sfera pubblica, perché a tutto e a tutti pensa lo Stato Sociale, è chiaro che quella virtù civile per eccellenza che è lo spirito del dono non potrà che registrare una lenta atrofia. Non si dimentichi infatti che la virtù, a differenza di una risorsa scarsa, si de-cumula con il non uso.  L’assistenza per via esclusivamente statuale tende a produrre soggetti bensì assistiti ma non rispettati, perché essa non riesce ad evitare la trappola della “dipendenza riprodotta”.

In conclusione

Sono dell’idea che il Terzo Settore debba opporre resistenza a queste due contrapposte sirene, pena la sua progressiva irrilevanza e uscita di scena. La sfida che esso deve raccogliere è quella di battersi per restituire il principio del dono come gratuità alla sfera pubblica. Per dirla in altro modo, il contributo più significativo che, per gli “emergentisti”, il Terzo Settore con il volontariato può dare alla società è quello di affrettare il passaggio dal dono come atto privato compiuto a favore di parenti o amici ai quali si è legati da relazioni a corto raggio, al dono come atto pubblico che interviene sulle relazioni ad ampio raggio.  A ciò devono mirare l’advocacy (cioè la denuncia di quel che non va) e il counselling (cioè il coraggio di avanzare proposte concrete di intervento) che sono le modalità primarie, anche se non uniche, dell’azione volontaria. Il volontariato autentico, affermando il primato della relazione sul suo esonero, del legame intersoggettivo sul bene donato, deve poter trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito dell’agire umano e non solamente in una nicchia particolare.

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