A tre anni dalla riforma del Terzo Settore: cosa resta da fare.

Oltre al necessario completamento degli atti amministrativi mancanti e all’urgente invio da parte del Governo alla Commissione europea delle nuove norme fiscali per gli ETS, serve mettere mano a due innovazioni importanti. Da un lato, predisporre un ristretto ma qualificato numero di emendamenti correttivi del Codice del Terzo settore da presentare nella legge di bilancio; dall’altro, dare subito avvio alla preparazione di un Action Plan per l’economia sociale e del Terzo settore nell’ambito del programma Next Generation Eu.

Mentre è entrato nella fase applicativa in decreto che istituisce il RUNTS (Registro unico nazionale del terzo settore) e si stanno delineando le linee guida sull’applicazione degli articoli 55 e 56 del CTS (Codice del Terzo Settore), vale la pena cercare di capire se e quanto le attese che la riforma aveva suscitato, hanno trovato concreto riscontro nella dinamiche di cambiamento di questi tre anni. Consapevoli che la riforma del terzo settore ambiva a conseguire due risultati: dare ordine e certezza ad un mondo regolato da una legislazione frastagliata e contraddittoria; e introdurre un complesso di norme di carattere promozionale in modo da, non solo riconoscere, ma altresì favorire i soggetti di Terzo settore in quanto attori essenziali sia nel rafforzamento della coesione sociale che in uno sviluppo più inclusivo del Paese.

Ora, è sotto gli occhi di tutti che in questi tre anni l’applicazione della riforma è stata troppo lenta e discontinua. Ugualmente, vi sono alcuni indicatori che, pur in questo quadro pieno di luci e ombre, ci trasmettono segnali positivi. Primo: i focus annuali che l’Istat realizza su un campione molto consistente delle Istituzioni non profit (INP), ci dicono che il numero dei cittadini impegnati in attività civiche o di volontariato è cresciuto; così come si è rilevato un aumento del numero delle organizzazioni, che hanno quasi raggiunto quota 360.000. Poi, l’incremento dei contribuenti che utilizzano la facoltà di destinare il 5 per 1000 ad uno degli Enti del terzo settore (ETS): nelle dichiarazioni dei redditi effettuate nel 2019, dopo alcuni anni di stasi, la curva è cresciuta di circa il 3%. Ancora, dalle rilevazioni di Unioncamere, nell’apposita sezione del Registro delle imprese, le Imprese Sociali costituite in forma diversa da quella cooperativa, sono passate da circa 900 alla fine del 2016 a più di 1500 a fine 2019: e ciò nonostante non siano ancora in vigore le norme fiscali di favore contenute nel D.Lgs. 112/2017. Infine, dopo tre anni in cui il numero dei ragazzi in Servizio civile era andato decrescendo, qualche settimana fa, il Governo ha deciso di incrementare nella legge di bilancio l’apposito fondo di 200 milioni, in modo da realizzare almeno in parte l’obiettivo del D.Lgs. 40/2017: il Servizio Civile Universale. Ho voluto evidenziare questi segnali, seppur ancora deboli e incerti, per non assecondare la vulgata che guarda alla riforma solamente come ad un appesantimento burocratico, specie per le piccole e medie organizzazioni; bensì come ad un’occasione per crescere, cambiare e affrontare nuove sfide.

In particolare ora che è stato varato il Registro unico degli Enti di Terzo settore (RUNTS), avremo nei prossimi mesi uno strumento essenziale per dare ordine e certezza a tutto questo mondo, alle istituzioni che lo debbono favorire e sostenere, ai volontari e ai donatori che decidono di mettere a disposizione tempo, capacità e risorse finanziare per le attività di interesse generale che sono volte a realizzare le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale. Trasparenza, controllo e  rendicontabilità, sono l’altra faccia della medaglia di un trattamento fiscale più favorevole: dall’accesso al 5 per 1000 per tutti gli ETS iscritti al RUNTS, all’utilizzo di fondi destinati a sostenere progetti innovativi.

L’altro passaggio importante e’ avvenuto con la sentenza della Corte Costituzionale n.131 del giugno scorso. Un sentenza che legittima gli istituti della “amministrazione condivisa” individuati negli art.55 e 56 del CTS, come strumenti applicativi della sussidiarietà orizzontale. E’ come se la Corte avesse confermato che lo Stato non e’ piu’ il solo titolare del bene comune, ma puo’ avvalersi di “partner di progetto” per dare risposta ai molteplici bisogni emergenti. La sentenza orienta le Amministrazioni – ma sospinge anche gli ETS –  a dar vita a forme di coprogrammazione e coprogettazione in particolare nella fornitura di servizi sociali, invece che rifugiarsi nel Codice degli appalti, privilegiando con gli ETS la via della collaborazione anzichè della competizione.

In questo come in altri articoli del CTS, è possibile rintracciare non solo un intento regolatorio da parte del legislatore; ma altresì una genuina spinta promozionale volta a favorire sia nuove forme di collaborazione con le Amministrazioni pubbliche ma anche a incoraggiare processi di contaminazione con le imprese profit. Il trattamento fiscale maggiormente vantaggioso per le donazioni: l’introduzione – in analogia con “l’art bonus” – del “social bonus”; l’individuazione di forme di risparmio fiscalmente vantaggiose – i Titoli di solidarietà – se orientate a investimenti degli ETS, altro non sono che strumenti promozionali per orientare le imprese profit ad esercitare in forma sostanziale la loro responsabilità sociale.

In conclusione cosa resta fare? Certamente procedere con passo piu’ spedito nella emanazione dei provvedimenti amministrativi ancora mancanti. Ma, in via prioritaria, mettere a mano a tre azioni che potrebbero rivelarsi decisive per una piena ed efficace applicazione della riforma. In primo luogo, trasmettere alla Commissione europea le norme di carattere fiscale che necessitano di un’apposita autorizzazione prima di essere introdotte nel nostro ordinamento. Poi, in occasione della approvazione della legge di bilancio, si provveda ad inserire nell’iter parlamentare un ristretto ma qualificato pacchetto di norme, per superare alcune contraddizioni o carenze che sono emerse strada facendo, specialmente in campo fiscale. Infine, analogamente a quanto ha deciso la Commissione Europea, si inserisca in modo organico, nel complesso dei progetti di Next Generation Eu, un Action Plan for Proximity and Social Economy, in modo da fornire il nostro originale contributo in sede europea; ma altresì orientare, con precise priorità, l’utilizzo delle diverse risorse, anche straordinarie, che la UE ha messo a disposizione in questi mesi di crisi pandemica.

Il Terzo settore non può essere letto in chiave assistenzialistica, ma va riconosciuto come forza di trasformazione della società: un vero “terzo pilastro” che finora stato o mercato hanno dimenticato.

TUTTI I DIRITTI RISERVATI. È vietato qualsiasi utilizzo, totale o parziale, del presente documento per scopi commerciali, senza previa autorizzazione scritta di Terzjus.
Torna in alto

Ricevi aggiornamenti,
news e approfondimenti sulle attività di Terzjus