Un nuovo fisco passa dal fattore famiglia

L’orizzonte dell’equità – ed in particolare quella intergenerazionale – sarà la prospettiva della nuova politica economica?

La domanda è tutt’altro che retorica in quanto l’equità’ intergenerazionale racchiude in sè più sfide per il futuro: quella demografica, della sostenibilità ambientale e della diversa ripartizione nell’accesso ai beni essenziali tra Nord e Sud del mondo. Nasce immediatamente un secondo interrogativo: le politiche sociali, che accompagneranno tale nuova politica economica, continueranno ancora ad essere politiche ancillari e riparative? Oppure si affermerà la volontà di dare forma e forza ad un “terzo pilastro” – la comunità – finora dimenticato dai mercati e dallo Stato? Per dare un volto – a quella che si può chiamare “transizione sociale”, evocherò due temi: la questione generazionale e quella dell’economia sociale.

Non a caso la UE ha chiamato il suo programma di investimenti per uscire dalla crisi pandemica, Next Generation Eu. E non a caso, il PNRR italiano ha recepito questa priorità al fine di ridurre il gap intergenerazionale. In tal senso, ben ha fatto il governo Draghi a varare l’assegno universale per i figli come politica strutturale di sostegno alla natalità e alle responsabilità genitoriali.

Ma quando si metterà mano alla riforma fiscale, si dovrà altresì introdurre il “fattore famiglia” (qualcosa di analogo al quoziente familiare francese) per ripartire, in modo meno diseguale, il carico fiscale, oggi fortemente sfavorevole alle famiglie con figli; tanto che la povertà assoluta nell’ultimo decennio si è concentrata sui minori. Il secondo gap italiano si rinviene nell’enorme numero di giovani Neet. Il PNRR sceglie di investire su politiche di formazione, sviluppo delle competenze e di inserimento lavorativo attraverso investimenti sull’apprendistato formativo (600 milioni), gli ITS (1,5 miliardi), il Servizio civile (650 milioni). Queste tre leve possono consentire di chiamare in campo una generazione lasciata troppo tempo in panchina.

L’altra sfida è quella dell’economia sociale. Il Commissario Schmit ha in programma il varo entro l’anno di un “Action plan per l’economia sociale”, per farne una componente essenziale di una libera economia di mercato. Con la fondamentale differenza che, oltre a produrre valore economico, i soggetti dell’economia sociale ambiscono a generare anche coesione, inclusione, democrazia economica e innovazione sociale. Per costruire un adeguato e forte ecosistema per lo sviluppo delle organizzazioni dell’economia sociale, sono necessarie, a livello europeo, due scelte.

Innanzitutto, la definizione di un perimetro concettuale che consenta di arrivare in tempi ravvicinati ad una nozione giuridica comune. In secondo luogo, serve individuare un sistema condiviso di misurazione dell’impatto sociale degli investimenti. Finché i valori di coesione, inclusione, partecipazione comunitaria non sono chiaramente identificabili – e dunque misurabili – continueranno a restare in una sfera di marginalità o di irrilevanza. Ma, questa funzione di produzione di valore aggiunto sociale va riconosciuta e premiata. Dunque, il lancio del Piano d’azione dell’economia sociale europea ci dice che il tempo è maturo per scelte coraggiose e aperte al futuro.

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