Un Piano in 5 anni. Tre mosse per fare davvero universale il Servizio civile

Si può far diventare veramente universale il Servizio civile? L’aggettivo, con il quale la riforma del 2017 qualifica il nuovo servizio civile, è alquanto impegnativo, ma ben lungi dall’essere realizzato. Alcuni spunti di riflessione sull’argomento.

La domanda dovrebbe essere riformulata: è possibile che la stragrande maggioranza dei giovani italiani decida liberamente di dedicare 8/12 mesi della propria vita per un servizio alle persone più vulnerabili o comunque per una buona causa della propria comunità?  Sì è possibile, con un piano in tre mosse su un arco temporale di cinque anni.

Una premessa: nel Rapporto giovani del 2017 curato dal prof. Rosina, emergevano due dati: l’87% dei giovani era contrario all’introduzione di un servizio civile obbligatorio; ma, più del 90% di coloro che avevano fatto servizio civile, avrebbe sicuramente consigliato ad un amico di compiere tale scelta. Ne consegue che il “contagio positivo” – piuttosto che l’obbligatorietà – potrebbe essere la strada per far diventare il servizio civile veramente universale.

Come alimentare questo contagio positivo?

Prima mossa: introdurre nella scuola secondaria e nella formazione professionale una sorta di alternanza scuola /servizio civile. Qualcosa di simile è stato già sperimentato dalla Provincia autonoma di Trento. Si tratta di inserire nel curriculum scolastico dello studente uno/due mesi – concentrati durante l’estate – di impegno volontario e di responsabilità civica presso un ente di Terzo settore o un ente locale del territorio. Come accade per l’alternanza scuola/lavoro, questo periodo dara’ luogo a dei crediti da riconoscere nel curriculum formativo dello studente. L’onda d’urto di molte decine di migliaia di giovani volontari impegnati in questa originale forma di alternanza, sortirebbe un duplice risultato: diffondere la cultura dell’impegno volontario e della responsabilità civica in una parte significativa delle generazioni giovani; e poi, far conoscere a quel 60% dei giovani che non sa cos’ è il servizio civile, la possibilità di operare tale scelta. Seconda mossa: grazie a questa seminagione e in forza di quel “contagio positivo” di cui ho parlato, le porte del servizio civile potrebbero progressivamente aprirsi ad un numero sempre maggiore di giovani. Ovvero, se accresciamo progressivamente il numero di giovani in servizio e presupponiamo un fattore R di “contagio positivo” con un valore decrescente da 2 a 1, si può passare nell’arco di cinque anni dagli attuali 40/50.000 giovani servizio a circa 400.000, ovvero la stragrande maggioranza dei giovani del nostro Paese. Il presupposto non è astratto in quanto si è osservato che negli ultimi cinque anni, ad una maggior offerta di posti a bando, è corrisposta anche una crescita delle domande da parte dei giovani. Terza mossa: rendere fortemente premiante in termini di risorse dedicate, (in parte lo è già, ma su piccoli numeri) la previsione che nei progetti degli enti accreditati venga inserito almeno un mese di servizio in un altro paese della Unione Europea. Una sorta di Erasmus del Servizio civile, un formidabile veicolo di acquisizione di una cittadinanza europea, molto più efficace di tanti Trattati. Un piano in tre mosse che richiede un investimento di medio periodo pari a circa a 10 miliardi, ma che reclama alcune scelte immediate da adottare proprio nei provvedimenti collegati al contrasto dell’emergenza economico-sociale conseguente alla crisi epidemica in corso.

Un appello per il governo

Innanzitutto, il Governo recepisca la proposta formulata dalla Rappresentanza Nazionale Volontari in Servizio Civile (v. Avvenire del 15 aprile) di accogliere tutte le domande che gli enti formuleranno in base al bando aperto in questi mesi. Si avrebbero così presumibilmente in servizio negli ultimi mesi di questo anno più di 50.000 giovani cioè circa il doppio di quelli finanziati sulla base delle risorse disponibili nel Fondo del servizio civile per il 2020. Poi, si trovi il modo di indirizzare parte delle risorse di Erasmus + (che nella programmazione del settennio 2020/2027 dovrebbero triplicare) per promuovere quello che ho chiamato Erasmus del Servizio civile. Terzo: già dal prossimo anno scolastico, si introduca – semmai in via sperimentale – la possibilità di fare alternanza scuola/servizio civile ad almeno alcune decine di migliaia di studenti. Infine, c’è da domandarsi se una trasformazione così imponente per numeri e qualità dell’offerta, non richieda l’istituzione – come accade in altri Paesi – di un’Agenzia del Servizio civile che possa operare con maggiore elasticità e tempestività. In conclusione, comprendo le ragioni di chi vorrebbe che il servizio civile diventasse obbligatorio, ma preferisco indicare una strada che, mantenendo la volontarietà, ci conduca alla stessa meta. La crisi dolorosa che stiamo vivendo è anche un’opportunità per cambiare. Non sprechiamola.

Questo articolo è comparso originariamente su: Avverinire.it

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