Il governo del mercato del lavoro ha bisogno di reti

La recente pandemia ha messo in evidenza come la variabilità dei mercati, l’imporsi della globalizzazione e le interconnessioni dei sistemi produttivi finiscano per generare una instabilità permanente a cui possono sottarsi soltanto i grandi colossi delle multinazionali. Le transizioni occupazionali stanno dunque diventando una normalità, senza che possano essere in Italia accompagnate da adeguati servizi e tutele; contemporaneamente molte imprese stentano a reperire le competenze e a fidelizzare le eccellenze.

Nell’introdurre il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza il Presidente del Consiglio Mario Draghi ci ricorda che è stato il lavoro dei giovani e delle donne ad essere particolarmente colpito dalla pandemia e ci conferma che il Piano italiano si allinea al Programma Europeo Next Generation EU orientando la programmazione verso interventi che hanno come obiettivo una ripresa indirizzata a superare gli squilibri e le profonde disuguaglianze che caratterizzano il nostro paese. Di qui l’assunzione prioritaria per l’Italia dei tre temi trasversali: giovani, donne e divario geografico; argomenti che attraversano tutte le sei Missioni di cui è composto. Dentro a questo orizzonte due questioni mantengono una forte priorità su tutte le altre: la formazione e il lavoro. Esse non rappresentano solo la quota principale dell’emergenza creata dal covid 19, ben di più, rappresentano nodi irrisolti delle politiche italiane da molti decenni.

La recente pandemia ha messo in evidenza come l’instabilità dei mercati, l’imporsi della globalizzazione e le interconnessioni dei sistemi produttivi finiscano per generare una instabilità permanente a cui possono sottarsi soltanto i grandi colossi delle multinazionali. Le transizioni occupazionali stanno dunque diventando una normalità, senza però che possano essere in Italia accompagnate da adeguati servizi e tutele; contemporaneamente molte imprese stentano a reperire le competenze e a fidelizzare le eccellenze.

In questo contesto due questioni si affermano come le più urgenti da affrontare:

  1. trovare nuovi e più efficaci modelli per incrociare domanda e offerta di lavoro, soprattutto nella fase di ingresso;
  2. trovare nuove modalità per governare le transizioni tra il lavoro perso e il nuovo da raggiungere.

In Italia la transizione tra fine degli studi e inserimento lavorativo è tra le più lunghe dei i paesi europei. Per far fronte a questa piaga, che investe il mondo giovanile, bisogna lavorare in due direzioni: rafforzare le competenze nei percorsi scolastici e formativi e prevedere un più esteso impiego dell’apprendistato duale; entrambi fattori che riducono drasticamente il mismatching.

Effetti della pandemia sul mercato del lavoro

La pandemia da Covid ha generato forti asimmetrie nell’economia italiana discriminando decisamente tra settori essenziali e non essenziali e tra lavoratori protetti e meno protetti. Il settore alimentare, la salute, i servizi pubblici, ma anche la finanza e l’istruzione non hanno avuto impatti economici pesanti, anche perché alcuni di questi hanno potuto facilmente continuare ad essere erogati on line. Al contrario nei settori non essenziali: hotel, bar, ristoranti, palestre, intrattenimento di massa, turismo, ecc. c’è stato un impatto pesantissimo. Guardando alle imprese: fino ad ora lo shock ha colpito il versante dell’offerta e ha significato la chiusura o il rallentamento delle attività imposti per legge. Guardando al lavoro: alla fine del blocco dei licenziamenti risulteranno più protetti oltre i lavoratori pubblici, i dipendenti delle grandi aziende e quelli nei settori essenziali; mentre troviamo tra i meno protetti sicuramente quelli delle attività non essenziali, in generale i lavoratori con contratti a termine, i giovani, le donne e i dipendenti delle piccole e piccolissime aziende. Ma i redditi che hanno trovato maggiore protezione -grazie alla posizione lavorativa goduta- seppur non impiegati in parte per spese nel superfluo (ristoranti, palestre, teatri, ecc.) non si sono trasformati in spesa aggiuntiva, ma prevalentemente in risparmio. Tutto ciò, unitamente alla già radicata tendenza al divario nei redditi, ha finito per potenziare la già forte disparità economica tra ceti sociali. C’è inoltre una ulteriore asimmetria tra quei settori di produzione e commercializzazione di beni di consumo duraturi (televisori, elettrodomestici, mobili, computer, auto, ecc.) che potranno trarre vantaggio al termine della pandemia perché i consumatori presumibilmente acquisteranno con un certo ritardo quei beni che avevano precedentemente rinviato; e quei servizi (alberghi, viaggi, palestre, ristoranti, parrucchieri) che non recupereranno mai le attività del periodo di chiusura.

Le possibili ricadute di queste previsioni potrebbero essere rappresentate da una quota significativa di lavoratori occupati in settori non essenziali che rimarranno disoccupati, anche se è impossibile prevedere oggi se si tratterà di shock temporanei o prolungati. Perché, rimosse le restrizioni normative che hanno limitato le attività economiche non essenziali, i consumi potrebbero continuare ad essere rallentati dalle più sfavorevoli e generalizzate condizioni di reddito. Inoltre questa prolungata pandemia ha introdotto, in una larghissima platea di persone, l’abitudine agli acquisti on line – superando una diffidenza nei confronti dell’e-commerce tutta italiana- e ciò può rappresentare una permanente svolta nei comportamenti collettivi, mettendo in crisi quanti non hanno saputo innovare i propri canali di vendita.

Tutte queste dinamiche potrebbero portare ad una trasformazione permanente del mercato del lavoro e ciò metterebbe a dura prova i molti meccanismi di rigidità che oggi rendono complicata la riallocazione settoriale del lavoro in Italia. Gli strumenti di cui disponiamo per far fronte a questa epocale emergenza, nonostante le riforme di questi ultimi anni, compreso il Jobs Act, sono del tutto insufficienti. Proprio per l’inadeguatezza delle politiche attive il sistema rimane centrato sulla difesa del posto di lavoro e questa tendenza risulta ulteriormente rafforzata dal prolungato blocco dei licenziamenti. Sono quindi urgenti politiche che favoriscano la riallocazione del lavoro dai settori non essenziali, da quelli strutturalmente deboli e dai comparti della piccola o piccolissima impresa che non riesce a risollevarsi da questo shock ad altri settori. Tali politiche dovranno nel contempo essere immediatamente attivabili per far fronte alle emergenze, ma anche capaci di guardare al lungo periodo. Dovranno garantire tutele generalizzate a tutti i lavoratori e ancor più assicurare un esteso programma di riqualificazione che coinvolga le Agenzie formative accreditate nelle Regioni, uniche capaci di produrre una offerta formativa capillare ed estesa in tutti i territori.

La riforma delle politiche attive

Come anticipato dal Ministro Orlando ci sarà una riforma delle politiche attive del lavoro, che avrà l’obiettivo di mettere in stretta correlazione il Recovery Plan italiano con l’insieme dei servizi che presidiano il mercato del lavoro. La sfida per il Ministero del Lavoro sarà sostanzialmente quella di creare nuove e solide reti, capaci non solo di fare sinergie più incisive tra pubblico e privato, obiettivo già parzialmente avviato con il jobs Act, ma soprattutto mettere in campo la formazione professionale come vettore indispensabile al rafforzamento delle competenze dei lavoratori disoccupati o in transizione. L’intento dovrà essere quello di rafforzare la formazione professionale e renderla parte integrante delle politiche attive, con un piano che superi la logica oggi predominante del semplice aggiornamento professionale dei lavoratori disoccupati per ricollocarli in imprese spesso dello stesso settore. Va lanciato invece un vero e proprio programma di riqualificazione anche per il conseguimento di titoli aggiuntivi. Dove l’impegno non andrà posto nella direzione di migliorare e aggiornare le competenze esistenti, ma quello di far transitare verso nuove professioni ampi settori dei lavoratori di quei servizi che non potranno più risollevarsi dalla crisi. Un nuovo approccio quindi si rende necessario per le politiche attive, anche in ragione del fatto che una grande fetta di popolazione adulta, al lavoro o fuori dal lavoro, possiede oggi titoli e competenze non sufficienti ad affrontare le sfide della digitalizzazione e della transizione tecnologica.

Considerati i vincoli di tempo e di spesa posti da Bruxelles, questa volta la riforma voluta dal Piano Italiano di Ripresa e Resilienza non potrà restare sulla carta. Vale la pena di ricordare che di politiche attive del lavoro se ne sta parlando in Italia dal 1978, con la legge quadro di riforma della formazione professionale. Dopo oltre quarant’anni un bilancio di quanto si è fatto e sull’efficienza dei servizi in campo resta sconfortante, soprattutto se si guarda all’isolamento in cui la formazione è stata confinata nei processi di placement, e al tasso di occupazione che permanentemente è rimasto inalterato tra il 58-59% al netto dei periodi di crisi. Per certo non è più sostenibile che un paese con tassi di disoccupazione giovanile elevatissimi e con una enorme fetta di donne escluse dal mercato del lavoro possa ancora, e per il futuro, convivere con oltre cento mila posto vacanti richiesti dalle aziende e di difficile reperimento. Se si guarda a queste strutturali criticità storiche bisogna concludere che l’efficacia delle politiche attive svolte in questi ultimi decenni è stata del tutto insufficiente

Altra questione incompiuta è la costruzione di una vera politica di sussidiarietà sia orizzontale che verticale. Uno scoglio da superare per poter creare in tutte le Regioni solide reti di partenariato tra la formazione professionale e i servizi per il lavoro, dando vita ad una gestione attiva dei mercati del lavoro territoriali. Poiché le politiche attive servono oggi, per far fronte alle imminenti scadenze modulate dai diversi blocchi dei licenziamenti, dovrà essere prodotto con urgenza uno sforzo organizzativo su come far funzionale al meglio quello che già c’è, senza rinviare l’operatività alle norme applicative della nuova riforma. Ciò alla fine si riduce alla esigenza di avviare il lavoro di partenariato costruendo le reti; anticipando ciò che dovrà essere centrale nella riforma.

Gli strumenti su cui rimodellare le politiche attive sono già definiti nel PNRR:

Piano Nazionale Nuove Competenze

Il Piano Nazionale Nuove Competenze ha l’obiettivo di riorganizzare la formazione dei lavoratori in transizione o disoccupati attraverso il riordino e rafforzamento del sistema della formazione professionale; con la definizione di livelli essenziali di qualità per le attività che verranno attivate. L’obiettivo, che ci auguriamo venga perseguito, non è solo l’aggiornamento professionale ma un più ampio progetto di riqualificazione attraverso il conseguimento di titoli di qualifica e diploma professionale, diploma tecnico superiore e lauree professionalizzanti attraverso il riconoscimento dei crediti maturati in contesti formali e informali di apprendimento.

La riduzione del mismatch di competenze può essere perseguito intraprendendo con decisione due percorsi. Riqualificando e allargando l’attrattività  della formazione tecnica e professionale e migliorando i programmi di formazione continua, aumentandone la qualità, riconoscendo e certificando le nuove competenze acquisite dal lavoratore in modo da renderle spendibili nel curriculum personale lungo tutto l’arco della vita lavorativa.

Se verrà così declinato il Piano Nazionale Nuove Competenze rappresenterà un importante passo in avanti, non solo per riallineare il nostro paese agli standard europei, ma perché mirerà finalmente ad integrare le politiche attive, mettendole in grado di interfacciarsi con i sistemi di formazione professionale e di istruzione e perché potrà dar vita ad una offerta di percorsi formativi, anche di lunga durata, finalizzati ai soggetti in transizione, inattivi o disoccupati; in una ottica di radicale cambiamento del settore occupazionale.

  • Programma Nazionale per la Garanzia e l’Occupabilità dei Lavoratori (Gol)

Con l’entrata a regime del Programma Gol è prevista l’istituzione di un sistema unitario di profilazione del disoccupato a livello nazionale e la predisposizione di una offerta di servizi che integrino la formazione professionale alle politiche attive. Prevede inoltre un sistema di presa in carico dei soggetti in transizione (percettori di reddito di cittadinanza, NASPI, CIGS) con la costruzione di percorsi di riqualificazione delle competenze e di  accompagnamento al lavoro.

L’obiettivo pertanto diventa quello di affiancare alle misure di assistenza intensiva nella ricerca del lavoro percorsi di formazione di durata variabile, anche particolarmente estesa; finalizzati a far maturare competenze acquisite con nuovi titoli di studio, prima del reinserimento lavorativo.

Per il successo del Programma saranno rilevanti i processi di governance, che richiederanno una gestione in accordo con le Regioni.

Il sistema duale

Opportunamente il PNRR assegna principalmente al sistema duale il compito di adeguare le competenze nei percorsi formativi, proprio avvalendosi dell’esperienza maturata in questi cinque anni, sia nel facilitare l’inserimento lavorativo, sia nel contrasto alla dispersione scolastica.  La flessibilità dello strumento duale ha dimostrato di poter sviluppare l’apprendimento in contesto di impresa per circa la metà dell’orario formativo annuale tramite diversi strumenti -apprendistato, alternanza rafforzata e impresa formativa simulata- adattandoli alle caratteristiche, alle attitudini e alle sensibilità dell’allievo. Il duale si è dimostrato un valido strumento per il conseguimento della qualifica triennale, del diploma quadriennale; inoltre non sono stati pochi i casi in cui con l’apprendistato duale si  sono conseguiti i Certificati di Specializzazione Tecnica Superiore. Insomma nel duale è maturata una esperienza dal 2015 che può contagiare altri comparti formativi. Attraverso la flessibilità e la modulabilità degli IFTS si possono comporre offerte formative flessibili per la riqualificazione dei NEET, dei percettori di Reddito di Cittadinanza, dei lavoratori disoccupati di lunga durata o in Cassa Integrazione, insomma di tutti quei segmenti del mercato del lavoro verso i quali non bastano semplici percorsi formativi di aggiornamento di professionalità ma che necessitano di vere e proprie transizioni occupazionali, anche verso settori economici diversi da quelli di provenienza. In questa prospettiva è l’apprendistato di primo livello lo strumento principale che può caratterizzare i percorsi formativi più lunghi, che mirano alla qualifica, al diploma professionale o al Certificato di Specializzazione Tecnica Superiore, mentre i tirocini curriculari rimangono la modalità per percorsi più brevi. Le risorse investite per il sistema duale nel PNRR confermano il giudizio positivo su questo strumento non solo per dare continuità all’esperienza maturata verso la platea dei giovani in età di secondaria superiore, ma anche perché l’esperienza conseguita possa allargarsi alla platea dei giovani adulti e dei disoccupati in transizione.

ITS: alcune brevi considerazioni

E’ ormai convinzione generale che gli Istituti Tecnici Superiori rappresentino una priorità per la ripartenza del nostro paese dopo la lunga crisi pandemica. Ciò che indica il PNRR non è un semplice investimento in una filiera formativa, ma evidenzia l’esigenza di rimettere mano a questo istituto decennale per migliorarne la governance e specializzarne i compiti.

Una impronta appare chiara: gli ITS sono sempre più piegati verso l’ordinamento universitario, anche con la previsione di favorire i passaggi verso le lauree brevi. Un disegno del tutto coerente con la natura di formazione terziaria di questa filiera, che tuttavia per essere rafforzato ha  bisogno di una radicale riforma per poter perseguire il raddoppio di questa offerta formativa rafforzando tra i giovani in alta formazione le competenze specialistiche nell’ambito dell’innovazione e della transizione digitale, tecnologica e ambientale. Inoltre tale riforma non potrà esimersi dal ridefinire nuovi modelli di governance, sburocratizzazione di procedure e riqualificazione degli interventi formativi (oggi classificabili in modo insufficiente per circa un terzo).

L’obiettivo principale è la costruzione attorno agli ITS di reti tra Università. Scuole Superiori, Centri di Ricerca, Centri di Formazione Professionale e imprese che possano conseguire non solo l’ampliamento delle competenze professionali nell’alta formazione, ma anche puntare al trasferimento dell’innovazione soprattutto verso le aziende meno strutturate, scarsamente attrezzate per raggiungere i traguardi delle transizioni tecnologica, digitale e ambientale. Insomma i nuovi ITS dovranno anche promuovere lo scambio di informazioni e conoscenze e diventare concretamente strumento di innovazione. Spetta al MIUR tracciare i paletti per costruire questo nuovo assetto negli ITS, mentre spetta alle relazioni industriali il compito di accompagnare questi processi anche valorizzando l’apprendistato in alta formazione che si caratterizza per essere il principale strumento di apprendimento duale.

La volontà dichiarata nel PNRR di favorire le transizioni attraverso l’innovazione delle strutture produttive, attraverso il governo del mercato del lavoro e attraverso la tutela dei lavoratori, va costruita attorno ad un disegno progettuale forte ed innovativo. Dovranno essere le reti a presidiare nei territori i processi di transizione. Sul lato dei profili più deboli del mercato del lavoro dovranno operare reti che costruiscono legami solidi tra Centri per l’Impiego, Agenzie del lavoro, Istituzioni della formazione professionale, assicurando la presa in carico e la qualificazione o riqualificazione dei lavoratori e dei giovani disoccupati. Saranno invece le reti costruite attorno agli ITS a produrre una accelerazione verso l’innovazione, la digitalizzazione e i modelli di sostenibilità delle imprese.

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