Le Società Benefit: il ruolo della cultura e dell’arte – gli ESG scores – le opportunità nei rapporti con il Terzo Settore

La Legge di Stabilità del 2016 ha permesso l’introduzione, nel panorama normativo italiano, dello status giuridico di Società Benefit, società caratterizzata dallo svolgimento di attività economica con scopo di lucro, unitamente al perseguimento di un impatto positivo sulla comunità, sulle persone, sulla cultura e sull’ambiente.
Il presente articolo mira a far luce, non solo sul ruolo giocato dalle Società Benefit in ambito ESG (Environment, Social and Governance), l’indice di sostenibilità di un investimento, quest’ultimo di crescente interesse per gli investitori, ma anche sulle opportunità di questo ente nel settore artistico-culturale, come statuito nell’elencazione degli ambiti di attività delle Società Benefit, introdotti dalla predetta Legge di Stabilità del 2016.
Infine, da un punto di vista non solo giuridico ma anche economico-imprenditoriale, l’articolo mira a far luce sui rapporti che potrebbero instaurarsi tra una Società Benefit ed un Ente del Terzo Settore, ed in particolare sul ruolo che la prima potrebbe svolgere, essendo autorizzata alla divisione degli utili sotto forma di dividendi, in qualità di ente interamente controllato, ovvero partecipato, da un Ente del Terzo Settore.

1. Cosa sono le Società Benefit?

Le Società Benefit sono state introdotte nel nostro ordinamento attraverso i commi 376-384 dell’articolo 1 della L. 208/2015 (di seguito, anche “Legge di Stabilità 2016”), con la caratteristica di svolgere non solo un’attività economica con scopo di lucro ma anche con l’obiettivo di creare impatto positivo sulla comunità, sulle persone, sulla cultura e sull’ambiente.

Ai sensi del comma 376, dell’articolo 1, della Legge di Stabilità 2016, sono definite Società Benefit, quelle organizzazioni che “nell’esercizio di un’attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune, operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente, nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni e attività culturali e sociali, enti e associazioni e altri portatori di interesse”. Questi ultimi, a loro volta, corrispondono a soggetti coinvolti dall’attività d’impresa, come i lavoratori, i clienti, i fornitori, i finanziatori, i creditori, la pubblica amministrazione e, più in generale, la società civile.

Il beneficio comune viene inteso come il perseguimento, nell’esercizio dell’attività economica delle Società Benefit, di uno o più effetti positivi ovvero la riduzione degli effetti negativi su una o più categorie dei soggetti di cui sopra.

Le finalità di beneficio comune devono essere riportate nell’oggetto sociale e devono essere perseguite mediante una gestione volta al bilanciamento con l’interesse dei soci e di coloro sui quali l’attività sociale possa avere impatto.

Il successivo comma 381, articolo 1, della Legge di Stabilità 2016, prevede che la Società Benefit debba individuare uno o più soggetti, in qualità di responsabili, cui affidare le funzioni e i compiti relativi al perseguimento delle finalità di beneficio comune. In caso di inadempimento, si applicano le norme del codice civile in tema di responsabilità degli amministratori.

Al fine di garantire trasparenza sul perseguimento del beneficio comune, la Società Benefit redige, allegandola al bilancio societario e pubblicandola sul proprio sito internet, una relazione annuale, all’interno della quale devono essere indicati gli obiettivi specifici, le modalità e le azioni messe in atto dagli amministratori per il perseguimento degli stessi, nonché le circostanze che lo hanno impedito o rallentato, la valutazione dell’impatto generato, mediante uno standard esterno (a riguardo si annoverano, ad esempio, il B-Impact Assessment ai fini dell’ottenimento della Certificazione B-Corp, ovvero i GRI Standards) e gli obiettivi che la Società Benefit intende perseguire nell’esercizio successivo.

L’Autorità Garante per la Concorrenza e per il Mercato (A.G.C.M.) è investita del compito di vigilare sull’operato delle Società Benefit e, in caso di violazione delle norme di cui sopra circa il perseguimento delle finalità di beneficio comune, sono applicabili le norme in materia di pubblicità ingannevole di cui al D. Lgs. 145/2007 e quelle del Codice del Consumo di cui al D. Lgs. 206/2005.

Inoltre, a riprova del crescente interesse, anche istituzionale, che si sta sviluppando attorno alla figura della Società Benefit, con la legge di conversione del Decreto Milleproroghe (D.L. 183/2020, convertito in L. 21/2021) sono state apportate delle modifiche alla disciplina del credito d’imposta di cui all’art. 38-ter del Decreto Rilancio (D.L. 34/2020, convertito in L. 77/2020). In particolare, è stata prevista la possibilità di usufruire del credito di imposta nella misura del 50% per la costituzione di una Società Benefit o la trasformazione in una Società Benefit, entro il termine del 30 giugno 2021. Il credito d’imposta spetta fino ad esaurimento dell’importo massimo di spesa pari ad 7 milioni di Euro ed è stato sviluppato anche al fine di essere utilizzato in compensazione, a decorrere dal 2021, con i costi sostenuti nel primo semestre 2021 (entro il 30 giugno).

2. Le Società Benefit e le opportunità dal punto di vista ESG 

A seguito della crisi derivante dalla diffusione del Covid-19, alcune ricerche hanno dimostrato che gli operatori finanziari stanno prestando una crescente attenzione alle aziende attente a tematiche ambientali, sociali e di corporate governance sostenibile. Infatti, gli stessi studi sostengono che durante il periodo del Covid-19, le aziende con buoni punteggi ESG  (Environmental, Social, Governance – l’indice di sostenibilità di un investimento)  non solo hanno aumentato il loro valore in termini di attrattività per gli investitori, ma sono state anche più inclini ad essere resistenti ai cambiamenti del mercato scaturiti dalla crisi[1].

Il perseguimento del “beneficio comune” previsto dalla normativa sulle Società Benefit, inoltre, si colloca perfettamente nell’ambito degli obiettivi di sviluppo sostenibile (c.d. Sustainable Development Goals, anche “SDGs”) individuati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite ai fini della predisposizione dell’Agenda 2030. La Società Benefit, infatti, perseguendo uno o più obiettivi specificatamente individuati dall’O.N.U., rappresenta un utile modello aziendale ai fini della costruzione di un futuro più sostenibile, volto alla creazione di valore condiviso.

Per i fini di cui sopra, la previsione di una relazione annuale sugli obiettivi specifici di beneficio comune, la valutazione dell’impatto generato a mezzo di uno standard di valutazione esterno e la figura del responsabile della verifica del perseguimento del beneficio comune, risultano essenziali, non solo nell’ottica generale di perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) ma anche ai fini del raggiungimento di un buon punteggio ESG, affinchè l’azienda risulti più attrattiva per gli investitori, producendo al contempo valore condiviso.

3. Un caso particolare: le Società Benefit nel campo artistico-culturale

La normativa sulle Società Benefit, annovera tra le attività tipiche anche quella di operare “in modo responsabile, sostenibile e trasparente, nei confronti di […] beni e attività culturali e sociali”, ed infatti, è stato rilevato che le Società Benefit, assieme ai trust e alle fondazioni, possano risultare un utile strumento per la pianificazione della gestione di collezioni d’arte di tipo familiare, mediante la costituzione di società a responsabilità limitata, in cui il soggetto conferente risulti anche socio unico[2].

La Società Benefit, infatti, potrebbe svolgere attività di valorizzazione della collezione, anche mediante la gestione in forma commerciale di quest’ultima, perseguendo il beneficio comune attraverso, ad esempio, la messa a disposizione del pubblico della collezione in occasione di eventi culturali e garantendosi così le disponibilità finanziarie, mediante una gestione di tipo commerciale.

4. ETS e Società Benefit: un’opportunità per il Terzo Settore?

Come è noto con la Riforma del Terzo Settore, è stata introdotto nel nostro ordinamento una definizione positiva dell’Ente del Terzo Settore (di seguito, anche “ETS”), le cui caratteristiche sono specificamente delineate all’interno del D. Lgs. 117/2017, c.d. Codice del Terzo Settore (di seguito, anche “CTS”)[3].

Ebbene risulta rilevante evidenziare che gli ETS, al fine di reperire risorse finanziarie necessarie al proprio sostentamento finanziario, potrebbero avere interesse a costituire una Società Benefit, la quale, mediante la generazione di profitto, sottoforma di dividendi, potrebbe fornire all’ETS risorse utili per potenziare il reperimento delle risorse finanziarie da destinare allo svolgimento delle attività di interesse generale di cui all’articolo 5 del CTS.

Non sembra, infatti, che il CTS preveda alcuna preclusione circa l’opportunità che un ETS, ferma restando la necessità dello svolgimento di attività di interesse generale in via quanto meno prevalente, costituisca ovvero detenga delle partecipazioni in una società; qualora un ETS percepisse dei dividenti derivanti dall’attività in un altro ente, non sussisterebbero preclusioni giuridiche di tipo civilistico, salvo l’obbligo di destinare dette risorse al perseguimento delle finalità civiche e/o solidaristiche e/o di utilità sociale, mediante lo svolgimento delle proprie attività di interesse generale. Nel caso di scelta della Società Benefit come ente controllato ovvero partecipato, inoltre, l’impatto sociale risulterebbe massimizzato, sia mediante lo svolgimento delle attività di interesse generale dell’ETS, sia mediante il perseguimento del beneficio comune tipico della Società Benefit.  


[1] T. KOLLER, R. NUTTALL, Five ways that ESG creates value, in https://www.mckinsey.com/business-functions/strategy-and-corporate-finance/our-insights/five-ways-that-esg-creates-value, novembre 2019; K. SULLIVAN, A. SILVERSTEIN, AND L. GALEZIO ARTHUR, DELOITTE, ESG and Corporate purpose in a Disrupted World, in https://corpgov.law.harvard.edu/2020/08/10/esg-and-corporate-purpose-in-a-disrupted-world/, agosto 2020

[2] N. Canessa, A. Zorloni, Gestione, valorizzazione e trasmissione dei patrimoni artistici di famiglia, in Economia e diritto del terziario, 2017, 1, pag. 63

[3] In particolare, l’articolo 4 del CTS prevede che “sono enti del Terzo settore le organizzazioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale, gli enti filantropici, le imprese sociali, incluse le cooperative sociali, le reti associative, le società di mutuo soccorso, le associazioni, riconosciute o non riconosciute, le fondazioni e gli altri enti di carattere privato diversi dalle società costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma di azione volontaria o di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, o di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi, o di mutualità o di produzione o di scambio di beni o servizi, ed iscritti nel registro unico nazionale del Terzo settore”.


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