Terzo settore e politica, né primi né terzi, ma inclusivi

Giuliano Amato – Vicepresidente della Corte Costituzionale, ha rivolto un accorato appello al Terzo settore – che quotidianamente si occupa dei più deboli – a non dimenticarsi della democrazia, che oggi è talmente fragile da rischiare di implodere. Credo che la sua via possa essere una delle strade, ma non la sola. Nel tempo del dominio degli algoritmi e dell’affermarsi di leader carismatici, si sente sempre più la mancanza di un soggetto decisivo per la qualità della nostra vita futura: la comunità

Giuliano Amato, in un appassionato intervento sulla sussidiarietà orizzontale – durante la presentazione ( 2 luglio sala Capitolare del Senato) del Terzjus Report 2021 – , ha ripreso un tema che gli è particolarmente caro e sul quale Vita ha lanciato una discussione aperta, chiamando ad esprimersi diversi esponenti del Terzo settore e non solo. Ebbene, nelle sue parole conclusive, Amato ha rivolto un accorato appello al Terzo settore – che quotidianamente si occupa dei più deboli – a non dimenticarsi della democrazia, che oggi è talmente fragile da rischiare di implodere. Non vi è stato il tempo – durante l’incontro – di capire come il Terzo settore possa occuparsi della democrazia; anche se, sappiamo bene che Amato, nell’editoriale di apertura per Vita, ha espresso una linea per nulla scontata. Il Terzo settore – ha sostenuto il vicepresidente della Corte Costituzionale – poichè rimane uno dei pochi luoghi di “addestramento” alla cura del bene comune e alla tutela interessi generali di una società, dovrebbe decidere, superando paure e ritrosie, di prendere parte direttamente all’azione politica, non aspettando improbabili o interessate chiamate dagli attori politici già sul campo. La decadenza dei processi partecipativi, nonché le gravi condizioni del “malato” – la democrazia – giustificherebbero una scelta per lo meno atipica se non dirompente. D’altra parte, il consolidato sistema del collateralismo, finché non è diventato una pura cinghia di trasmissione , ha svolto – fino alla fino all’inizio degli anni ’70 – egregiamente il suo compito. Dalla società civile – associazioni, sindacati, cooperative, movimenti, centri culturali – si attingeva per trovare energie fresche e capaci di convogliare nella vita politica nuove istanze e nuovi bisogni. La sclerotizzazione dei partiti e l’esplodere prepotente della Rete hanno fatto saltare questo circuito virtuoso, alimentando i movimenti populisti e lasciando spazio all’affermarsi del leaderismo nell’azione politica. A ciò si aggiunga la scomposizione sociale generata dai processi di globalizzazione che hanno finito per lasciare morti e feriti sul campo e minare alla base il sentimento di fiducia verso il futuro, ovvero la convinzione che il domani dei propri figli e nipoti sarebbe stato migliore. E la forza della politica stava proprio nella capacità di interpretare e di esprimere questo sentimento.

Dentro questo radicale cambiamento, emergono domande che attendono una risposta convincente. Come non assecondare le spinte populistiche, come evitare che le Rete determini le nostre emozioni, i nostri sentimenti e comportamenti? Come resistere alle derive della società emozionale di massa? E, ancora, la politica è in grado di affrontare queste sfide? Mi viene alla mente a tal proposito un monito del grande Totò che diceva che “in tempi di crisi, gli intelligenti cercano soluzioni, gli stupidi colpevoli”. Chi fa politica è capace di esercitare questa intelligenza? Di non assecondare e alimentare solamente le paure e il disorientamento delle persone e dei popoli? Di non limitarsi ad annunciare, ma di realizzare? È su questo terreno che si può misurare l’energia e la vitalità del Terzo settore. Credo che la via indicata da Amato possa essere una delle strade, ma non la sola. Nel tempo del dominio degli algoritmi e dell’affermarsi di leader carismatici, si sente sempre più la mancanza di un soggetto decisivo per la qualità della nostra vita futura: la comunità. Intesanon come sentimento nostalgico, ma come risorsa per restituire significato alla vita delle persone e speranza ai popoli per il destino del loro Paese. Quella comunità dimenticata dallo stato e dai mercati che si rivela sempre più necessaria in quanto i mercati non possono essere l’unico attore dominante dei tutti i processi sociali ed economici e le democrazie non possono essere consegnate nelle mani di leader autocratici che le trasformano ben presto in democrature.

Per il Terzo settore non si tratta di rivendicare una primogenitura, né tanto meno una presunta superiorità morale. Né primi, né terzi si potrebbe dire, ma inclusivi. E l’inclusione è oggi la chiave per affrontare le nuove fratture sociali che si presentano come le vere sfide del futuro:quella generazionale, quella ambientale e quella delle eguali opportunità di accesso ai beni essenziali tra popoli del Sud e del Nord del mondo. Accanto alla transizione ecologica, occorre elaborare un paradigma della “transizione sociale”, ovvero come la politica possa essere in grado di assicurare una vita buona per tutti, ricomponendo le tre fratture prima richiamate.

Questa nuova percezione del ruolo del Terzo settore, questo cambiamento culturale accompagnato anche dall’esercizio di responsabilità nella generazione e gestione di beni comuni, sono decisivi tanto quanto la partecipazione diretta alla vita politica. L’una via non esclude l’altra, perchè il malato è grave e servono sia interventi urgenti affinché non muoia, sia una terapia che – superata l’emergenza – possa restituire vitalità, forza, passione ai processi partecipativi democratici. Senza i quali la democrazia, anche senza colpi di stato, si estingue.

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