[di Gabriele Sepio e Vincenzo Sisci, pubblicato in «Il Sole 24 Ore» del 9 novembre 2025, pag 25]
Una delle principali leve del Piano d’azione per l’economia sociale è rappresentata dalla finanza sociale. Il documento, invero, individua una linea d’intervento volta a favorire l’investimento nel capitale o nel patrimonio degli enti dell’economia sociale, anche da parte di persone fisiche e di investitori istituzionali qualificati, pubblici e privati. L’obiettivo è quello di stimolare la diffusione di investimenti pazienti, capaci di accompagnare la crescita delle imprese sociali e di sostenere iniziative di rigenerazione e innovazione nei territori. Il Piano suggerisce che tale obiettivo possa essere perseguito attraverso un insieme di misure fiscali e finanziarie. Tra queste, l’introduzione di incentivi alla sottoscrizione di piani pensionistici o di risparmio che destinino una quota minima di investimento a imprese dell’economia sociale; la deduzione parziale dal reddito imponibile delle somme impiegate per l’acquisto di minibond emessi da tali imprese; e la creazione di un quadro normativo volto a promuovere l’emissione di social bond, eventualmente con vantaggi fiscali per emittenti e sottoscrittori. Su questo fronte, al fine di dare concreta attuazione alle proposte avanzate dal Piano, si potrebbe sperimentare la creazione di un segmento nazionale dedicato – sul modello dei green bond – in grado di costruire un mercato riconoscibile e liquido della finanza sociale, ancorato a criteri di trasparenza e misurazione dell’impatto. Per raggiungere massa critica, servono regole comuni sulla rendicontazione dei risultati e un sistema di garanzie pubbliche in grado di ridurre il rischio per gli investitori istituzionali. In tal senso, si potrebbe ragionare sull’adozione da parte degli emittenti di indicatori di performance qualitativi e quantitativi (i.e. beneficiari); report strutturati nonché sull’individuazione di una platea di destinatari eterogenea (i.e. investitori istituzionali, operatori privati e pubblici, investitori ESG). Un ulteriore fronte su cui lavorare riguarda l’introduzione di un rating sociale riconosciuto per legge, destinato a qualificare gli operatori economici dell’economia sociale in base agli obiettivi e alle motivazioni alla base della loro attività caratteristica. In tal senso si potrebbero sperimentare uno standard in grado di misurare la qualità degli enti non solo per i propri conti quanto per l’impatto che le proprie attività producono. L’idea potrebbe, quindi, essere quella di sviluppare un modello di rating “standardizzato” a livello nazionale che accanto ai parametri tipici per la valutazione delle piccole e medie imprese, venga integrato con indicatori di governance, trasparenza, lavoro, sostenibilità ambientale e valore generato nei territori. Ciò consentirebbe di tradurre l’impatto in affidabilità, riconoscendo che la solidità economica può derivare anche dal radicamento e dal capitale sociale accumulato nel tempo. Il rating sociale potrebbe diventare, ad esempio, un criterio per accesso a fondi, bandi di co-finanziamento.