Cinque per mille: bene l’aumento del Fondo a 610 milioni. Ma non basta

Uno strumento di democrazia fiscale sempre più scelto dai cittadini, ma bloccato da un meccanismo che rischia di tradirne la volontà. Le opzioni di riforma

A cura della redazione

Basta una firma nella dichiarazione dei redditi. Milioni di cittadini lo fanno ogni anno. Il cinque per mille è uno degli strumenti di partecipazione fiscale più efficaci introdotti nel nostro ordinamento, nel 2006. Con un gesto semplice – l’indicazione di un codice fiscale – si possono sostenere enti che operano nel sociale, nello sport, nella cultura, nella tutela dell’ambiente, nella ricerca e nella sanità.

È una forma concreta di coinvolgimento dal basso, un esempio di sussidiarietà fiscale: una piccola quota delle imposte viene destinata direttamente al bene comune, dando attuazione alla volontà dei contribuenti. È difficile quantificare quanto questi fondi abbiano sostenuto, incoraggiato e reso possibili le attività di migliaia di enti, associazioni e organizzazioni non profit.

Ma i dati parlano chiaro: il cinque per mille funziona. Cresce il numero dei cittadini che esercitano la scelta, aumentano gli enti beneficiari e migliora la qualità della partecipazione. Il paradosso, però, si annida proprio nel suo successo. Alla crescita delle adesioni non corrisponde un adeguamento del meccanismo finanziario, che rischia di diventare meno sostenibile e adeguato ai tempi.

La partecipazione in numeri

  • Contribuenti che scelgono il 5‰ (2024): circa 18 milioni
  • Incidenza sul totale dei contribuenti: 42,2%
  • Scelte “espresse” (con codice fiscale dell’ente): 84%
  • Contribuenti potenzialmente attivabili: 13,5 milioni

Il Fondo destinato al cinque per mille ‘ tra il 2016 e il 2024 è rimasto infatti sostanzialmente, generando negli ultimi anni uno scarto crescente tra le somme sottoscritte dai contribuenti e quelle effettivamente erogate. Nel 2024 il tetto di spesa era fissato a 525 milioni di euro, mentre le destinazioni espresse hanno raggiunto i 603 milioni. Uno scostamento di 78 milioni che ha comportato una riduzione automatica degli importi assegnati agli enti, trasformando di fatto il cinque per mille in poco più del “quattro per mille”.

La legge di bilancio 2026 ha riconosciuto il problema, innalzando opportunamente il limite a 610 milioni di euro. Tuttavia, la distorsione resta presubilmente strutturale, anche se lo Stato ha preso atto che il meccanismo non può comprimere indefinitamente la volontà dei cittadini.

Le risorse del cinque per mille

  • Importo scelto dai contribuenti (2024): 603 milioni €
  • Tetto di spesa fino al 2024: 525 milioni €
  • Nuovo tetto (legge di bilancio 2026): 610 milioni €
  • Stima importo potenziale sottoscrivibile nel 2028: 628 milioni €

Nel 2024 sono stati circa 18 milioni i contribuenti che hanno espresso la loro scelta, un dato in forte crescita, tanto che nel biennio 2022-24, i contribuenti che hanno deciso di esercitare làopzione sono cresciuti di più di 1.400.000. Nell’84% dei casi la destinazione è avvenuta indicando direttamente il codice fiscale dell’ente beneficiario: un segnale evidente di conoscenza da parte del contribuente delà ente di terzo settore a cui si voleva devolvere il proprio 5 per 1000.

Parallelamente è aumentato il numero degli enti ammessi al beneficio, soprattutto grazie alla piena entrata in funzione del RUNTS, il Registro unico del Terzo settore. Tra il 2022 e il 2024 gli enti del Terzo settore beneficiari del cinque per mille sono cresciuti del 36%, superando quota 68.000 e arrivando a rappresentare circa tre quarti del totale.

Gli enti beneficiari

  • Totale enti ammessi (2024): 91.012
  • Enti del Terzo settore (ETS/Onlus): 68.452
  • Crescita ETS 2022–2024: +36%
  • Enti a zero firme: 8.310 (9,1%)
  • Enti che ricevono meno di 500 €: 43%

Accanto al problema del tetto di spesa, emergono alcune criticità strutturali. La prima riguarda la forte concentrazione delle risorse: circa il 27% del Fondo si concentra sui primi dieci enti beneficiari, quasi tutti attivi in ambito sanitario o nella ricerca scientifica. Un fenomeno ulteriormente amplificato dal meccanismo di redistribuzione delle scelte “generiche”, che confluiscono in larga parte verso questi settori.

All’estremo opposto, migliaia di enti di piccole dimensioni ricevono importi molto ridotti o nulli. Nel 2024 oltre 8.300 enti non hanno ottenuto alcuna firma, mentre circa il 43% dei beneficiari ha ricevuto meno di 500 euro. 

L’eliminazione del tetto di spesa, pur coerente con la natura dello strumento, non appare – secondo il Governo – compatibile con gli attuali vincoli di stabilità della spesa pubblica. Più realistica è l’ipotesi di un tetto “mobile”, aggiornato periodicamente sulla base dell’andamento delle scelte dei contribuenti, ad esempio attraverso una revisione triennale che si adegui alle scelte dei cittadini. Anche perché osservando le proiezioni di crescita, nel 2028, anche il Fondo attuale di 610 milioni diventerà insufficiente.

A questo si affiancano due ulteriori leve di intervento: una campagna istituzionale di informazione, capace di intercettare il 40% di contribuenti che, pur potendo, non utilizza ancora il cinque per mille; e un rafforzamento del ruolo delle Reti associative e dei Centri di servizio per il volontariato nel supporto agli enti più piccoli, per ridurre il fenomeno degli “enti a zero firme”.

Il cinque per mille è uno strumento che vive di fiducia: dei cittadini verso il Terzo settore e dello Stato verso la capacità dei contribuenti di orientare verso il bene comune una parte delle proprie imposte. Se il sistema non riesce ad adeguarsi alla crescita di questa partecipazione, il rischio è quello di introdurre una compressione implicita delle scelte espresse dai cittadini.

Rendere il cinque per mille strutturalmente coerente con la sua evoluzione non è solo una questione tecnica o contabile, ma un passaggio necessario per preservare uno degli strumenti più innovativi e partecipativi della fiscalità italiana.

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