In evoluzione le forme di partecipazione. Pc, tablet e telefoni per il «Netattivismo». Voglia di combattere ingiustizie e contare. Studenti più reattivi, lavoratori propositivi. Ma ci sono anche rischi: la superficialità
[di Giulio Sensi, pubblicato su Buone Notizie del «Corriere della Sera» di Martedì 3 Febbraio 2026, pag. 36]
Il web è una risorsa fondamentale per l’attivismo civico.
Non è solo il regno delle vanità o il terreno dove proliferano le fake news: è anche lo spazio dove si esprime e cresce la partecipazione sotto varie forme. La Fondazione Terzjus ha indagato, con la collaborazione della piattaforma Italia Non Profit, cosa siano oggi il «netattivismo» e il volontariato digitale. La prima indagine in Italia su questi fenomeni sarà consultabile sul sito di Terzjus dal 6 marzo e cerca risposte su forme di partecipazione in continua evoluzione. Ha interpellato piu di 1.100 cittadini di ogni età e regione su come e perché sono attivi con pc, tablet e cellulari.
Le persone si mobilitano online soprattutto per informare e sensibilizzare gli altri, contrastare ingiustizie o disinformazione, supportare persone o gruppi in difficoltà, sentirsi parte di una comunità con valori condivisi, approfondire tematiche che interessano, esprimere le opinioni e far sentire la voce. «Le donne – spiega Andrea Bassi, direttore scientifico della ricerca e docente di sociologia all’Università di Bologna – partecipano un po’ più degli uomini, ma le differenze più nette si vedono nelle classi di età: aumenta con l’aumentare dell’età il numero di chi non partecipa online, passando dal 34% nella fascia fino a 24 anni al 54,5% in quella di 75 anni ed oltre. Le fasce più giovani sono più presenti tra gli attivisti che definiamo a “bassa soglia”: partecipano reagendo a ciò che vedono, mentre la fascia di mezzo, fra i 45 e i 54 anni, è molto più presente nella cosiddetta “alta soglia”, cioè nelle azioni generate direttamente». Anche il tasso di istruzione parla chiaro: più è avanzato e più si registra la presenza di attivisti online.
Così come quello occupazionale: gli studenti sono più reattivi, mentre i lavoratori più propositivi. E l’attivismo online non è quasi mai fine a se stesso. «Chi partecipa in maniera regolare a diverse attività – precisa Bassi – è più partecipativo online, così come chi fa volontariato in organizzazioni è più presente sul web».
Come su altri temi, il digitale sperimenta punti di forza e di debolezza anche nell’attivismo civico, in un tempo in cui il digital divide diminuisce e l’accessibilità online è sempre più alla portata di tutti. «Di forza – sottolinea Bassi – perché consente di raggiungere un numero grande di persone con dei costi bassi, ad esempio per raccogliere fondi o sensibilizzare. E c’è una certa internazionalizzazione». Ma non mancano i punti di debolezza con il rischio di superficialità di forme di attivismo solo di facciata. Ci emozioniamo per qualche causa, facciamo una piccola donazione, sosteniamo una campagna, la condividiamo nelle nostre reti, ma con meno coinvolgimento e il pericolo di incappare nelle fake news. «Poi – spiega Bassi – tanti passano molte ore davanti al computer con il rischio di isolamento sociale e di dipendenza dall’uso di questi mezzi».
Per il presidente di Terzjus, Luigi Bobba, dalla ricerca emergono tre punti importanti. «Il primo – spiega – è che non esiste un fenomeno di sostituzione. Non scorre tutto solo online, ma c’è un desiderio comune di integrare e sostenere la partecipazione online con quella in presenza.
Le due forme di volontariato non sono alternative e per l’impegno ad “alta soglia” sono quasi indispensabili le organizzazioni. Non scatta su spinta individuale, ma è una risorsa interessante per le stesse organizzazioni. Infine, online si è più reattivi che attivi. La caratteristica della rete è di essere più leggera e meno impegnativa. Ma l’altra faccia della medaglia è che questo attivismo civico che nasce dalla rete è un’energia potenziale che se coltivata può portare a mobilitare persone che altrimenti non lo sarebbero».
Il bando
Per potenziare le competenze e l’offerta di servizi digitali del Terzo settore è attivo il Fondo per la Repubblica Digitale, una partnership pubblico privata – governo e fondazioni di origine bancaria – che con le risorse delle fondazioni sostiene lo sviluppo tecnologico del Terzo settore. Nel 2024 il Fondo ha destinato 15 milioni di euro a un bando chiamato «Digitale sociale» per rafforzare le competenze digitali degli Enti non profit in Italia con 24 progetti che coinvolgono 30 mila beneficiari e 250 organizzazioni del Terzo settore. «Si parte – racconta la direttrice del Fondo, Martina Lascialfari – dall’offerta di contenuti formativi di base con la necessità poi di sviluppare la governance dei dati e i processi di integrazione con le attività interne. Quasi tutti i progetti includono moduli relativi a policy sulla sicurezza, al Gdpr sulla protezione dei dati, al rafforzamento dei social all’utilizzo del cloud, alle piattaforme di condivisione e all’intelligenza artificiale generativa. Ancora molto resta da fare, ma le competenze digitali e l’adozione di nuove soluzioni tecnologiche sono leve strategiche e fattori di crescita imprescindibili per il Terzo settore».