Tra coesione e precarietà, 
ecco la mappa 
del Terzo settore

Oltre 817mila i lavoratori in Italia: l’economia della solidarietà chiede un riconoscimento

[di Luigi Bobba, Claudio Gagliardi, pubblicato in «Avvenire» del 25 febbraio 2026]

Il Terzo Settore in Italia, con 817.500 lavoratori, è un motore di occupazione, soprattutto grazie alle imprese sociali. Nonostante la crescita del 20% dal 2019 al 2024, il settore affronta sfide come la precarietà lavorativa, bassi salari e una forte presenza femminile. È cruciale riconoscere il valore economico del lavoro sociale per garantire la coesione sociale e la sostenibilità del settore.

C’è una economia che cresce, crea lavoro, sostiene la vita delle comunità e, nonostante questo, raramente fa notizia. Nell’Italia attraversata da divari sociali, invecchiamento demografico e fragilità territoriali, l’economia sociale genera valore, legando produzione e cura, efficienza e solidarietà, crescita e coesione. Lo fa in silenzio, giorno dopo giorno, nelle città grandi e piccole, nei quartieri fragili delle metropoli e nei paesi delle aree interne dove lo Stato fa fatica e il mercato arretra. Il Terzo Settore con il suo universo composito di imprese sociali, cooperative, associazioni di promozione sociale, fondazioni, organizzazioni di volontariato impiega, al 31 dicembre 2024, 817.500 lavoratori in Italia.

Per la prima volta questi numeri emergono da un’analisi sistematica dei dati dell’Archivio Uniemens dell’Inps, che nel suo Rapporto Annuale 2025 ha dedicato – come novità assoluta – un focus sull’occupazione negli Enti del Terzo Settore iscritti al Registro Unico Nazionale (Runts). Si tratta di dati affidabili che documentano in maniera dettagliata consistenza, diffusione territoriale, profili dei lavoratori e loro retribuzioni nei diversi comparti economici.

La ricerca a cura di Luigi Bobba, presidente Fondazione Terzjus, Maria Luisa Gnecchi, Consigliere di amministrazione dell’Inps e Claudio Gagliardi, Comitato scientifico Fondazione Terzjus, realizzata grazie alla collaborazione tra Inps e Fondazione Terzjus, offre una fotografia completa e inedita del lavoro nel non profit italiano e sarà esposta venerdì 6 marzo a Roma nel corso della presentazione del Terzjus Report 2025. Il risultato è sorprendente: dal 2019 al 2024 l’occupazione nel Terzo Settore è cresciuta di oltre 134.000 unità (+20%), con un incremento medio annuo del 3,7%, nonostante pandemia e tensioni economiche.

Le imprese sociali, il vero motore dell’occupazione

A trainare la crescita dell’occupazione sono soprattutto le imprese sociali che, pur rappresentando solo il 17,3% degli enti iscritti al Runts, impiegano oltre l’85% dei lavoratori, pari a quasi 700 mila persone. In larga parte si tratta di cooperative sociali, che da sole assorbono più del 96% dell’occupazione relativa alle sole imprese sociali operando soprattutto nei servizi alla persona (sanità, assistenza, educazione, inclusione lavorativa) e nei servizi alle imprese.

Questo dato contribuisce a fare chiarezza: nel Terzo settore si è sviluppato un vero e proprio sistema imprenditoriale a vocazione sociale, capace di generare lavoro stabile e di crescere nel tempo. Dal 2019 al 2024, infatti, l’occupazione nelle imprese sociali è aumentata di oltre 108.000 unità, con un contributo significativo anche delle collaborazioni professionali, cresciute di quasi il 60%.

La crescita è costante in tutte le sezioni del Runts, segno di una domanda sociale che né lo Stato né il mercato riescono da soli a soddisfare.

Un lavoro vero: regolato, ma fragile

Contrariamente a un luogo comune, il Terzo Settore non è fatto solo di volontari: dei quasi 820.000 lavoratori impiegati negli Ets, il 93% ha un contratto di lavoro dipendente, una quota percentuale superiore più di quattro punti rispetto alle persone che lavorano nel settore privato dell’economia. I lavoratori iscritti alla gestione separata dei collaboratori sono il 5,5%.

Tuttavia, questa stabilità formale convive con elementi di fragilità: i contratti a tempo indeterminato sono sei punti percentuali in meno rispetto alla media del settore privato; sta crescendo il ricorso alle collaborazioni professionali soprattutto negli enti di natura associativa, non classificati come imprese sociali. E gli enti più piccoli faticano a garantire strutture organizzative stabili e percorsi di carriera.

Il part time è uno dei grandi temi del settore: riguarda una quota molto elevata dei lavoratori — in particolare le donne — e contribuisce a comprimere le retribuzioni medie, già più basse della media nazionale (meno 30% rispetto al settore privato), rivelando una contraddizione profonda: il lavoro socialmente necessario è spesso il meno valorizzato dal punto di vista economico. In più del 70% dei casi il lavoro nel Terzo Settore si concentra nei servizi alla persona, ad alta intensità relazionale, dove la qualità del servizio dipende anche dalla qualità del legame umano. Una cura efficace, un percorso educativo riuscito, un accompagnamento alla fragilità sono beni relazionali, beni immateriali che non hanno prezzo di mercato, ma sono una risorsa fondamentale della società.

Un lavoro soprattutto al femminile e inclusivo

Il dato che più colpisce è la composizione di genere: il 73% dei lavoratori del Terzo Settore sono donne, con punte ancora più alte nelle imprese sociali e nei servizi alla persona.

Se il totale degli occupati del Terzo Settore rappresenta il 4,5% del totale delle persone impiegate nel settore privato dell’economia, per le donne tale valore raggiunge l’8%. È una fotografia che parla di opportunità, ma anche di rischi: il lavoro educativo e assistenziale continua a poggiare principalmente sulle donne, che pure sono più esposte a part-time involontario, salari contenuti, elevato turnover e scarse prospettive di crescita professionale. Il divario retributivo di genere, pur esistente è molto più basso rispetto a quello che si rileva nelle imprese profit: le donne nel Terzo Settore guadagnano in media 5 euro al giorno in meno rispetto agli uomini, contro un differenziale a sfavore delle donne di 14 euro nelle aziende private tradizionali. Da segnalare anche che i lavoratori non comunitari nel Terzo Settore hanno una retribuzione media giornaliera pari, o perfino un poco superiore, rispetto a tutti gli altri.

Il Terzo Settore come infrastruttura delle aree fragili

Geograficamente, la maggior parte dei lavoratori si concentra nelle regioni più popolose e produttive – Lombardia, EmiliaRomagna, Lazio, Piemonte e Veneto – ma è nelle regioni periferiche e interne – Sardegna, Molise, Basilicata e Sicilia – che il Terzo Settore assume un ruolo decisivo, arrivando a rappresentare fino all’8% dell’occupazione privata. In questi territori costituisce un bacino rilevante di impiego, diventando spesso l’unico presidio stabile di servizi essenziali, dall’assistenza agli anziani alle attività educative territoriali. È qui che la sua funzione non è solo economica ma sociale: contrasto allo spopolamento, mantenimento di servizi indispensabili, coesione e cura delle comunità locali soprattutto nei comuni periferici e ultraperiferici.

Retribuzioni: luci e ombre 

In un Paese dove i salari sono mediamente più bassi rispetto agli altri Paesi Ue e dove il potere di acquisto delle famiglie è perfino calato negli ultimi 15 anni, il Terzo settore non differisce da ciò che accade in generale nel settore privato dell’economia; anzi, il fenomeno dei bassi salari è ancor più accentuato. La retribuzione mediana annua è di 12.567 euro lordi: la metà dei lavoratori è sotto questa soglia. Nei servizi tipici del settore, la retribuzione giornaliera dei full time è inferiore del 25-30% rispetto alle imprese for profit degli stessi comparti, eccetto l’istruzione, dove il Terzo Settore remunera meglio.

In particolare, la situazione più critica appare quella dei giovani under 35 che rappresentano circa un quarto dei lavoratori, ma risultano i più svantaggiati sul piano retributivo: la loro retribuzione mediana annua supera di poco i 9.000 euro e questo dato li collocherebbe evidentemente nell’area del “lavoro povero”. È un segnale d’allarme per il futuro del settore: senza un reale ricambio generazionale, molti servizi fondamentali — dall’assistenza agli anziani all’inclusione sociale, dai servizi educativi alla sanità territoriale — rischiano di non avere più personale sufficiente.

Serve un riconoscimento del valore economico del lavoro sociale

Per districare la matassa del lavoro nel Terzo Settore, occorre sciogliere un nodo critico: il Terzo Settore è un soggetto in grado di produrre valore economico, innovazione sociale o solo un fornitore di manodopera a basso costo? Il Rapporto suggerisce diverse leve di intervento tra cui: bandi pubblici che riconoscano un costo del lavoro non inferiore a quello rilevabile negli stessi settori del pubblico impiego; investimenti nella formazione e nel ricambio generazionale; un possibile contratto unico di base per gli enti non coperti dal Ccnl delle cooperative sociali; una revisione dell’Irap, oggi sfavorevole per gli Enti del Terzo Settore ad alta intensità occupazionale; un uso più esteso degli istituti di “amministrazione condivisa” – coprogrammazione e coprogettazione – tra Pubblica Amministrazione ed Ets. Tutte misure che puntano nella stessa direzione: riconoscere che il lavoro nel Terzo Settore è una componente essenziale del welfare italiano.

Senza una valorizzazione economica adeguata, un settore determinante per la coesione sociale rischia di perdere attrattività, qualità e capacità di risposta ai bisogni di una popolazione che invecchia e di territori sempre più vulnerabili. Sarà importante dare continuità nel tempo a questo tipo di analisi. Per tale ragione questo inedito Rapporto sull’occupazione nel Terzo settore rappresenta il primo passo verso la costruzione tra Inps e Fondazione Terzjus di un vero e proprio Osservatorio del Lavoro nel Terzo Settore mediante il quale monitorare l’andamento del fenomeno, segnalare le criticità e valorizzare le pratiche contrattuali e retributive più innovative.

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