Volontariato aziendale: l’impresa come palestra di cittadinanza attiva

Questo intervento segue l’articolo a firma di Emanuele Alecci sui volontari che “timbrano il cartellino” che abbiamo pubblicato qualche giorno fa. «L’azienda non si pone come un sostituto del singolo, ma come un catalizzatore di energie. Se è vero che il volontariato nasce da una scelta individuale, è altrettanto vero che l’impresa moderna può agire come lo spazio che abilita questa scelta». Gli autori sono due manager di Boehringer Ingelheim

[di Sara Vinciguerra e Emanuele Domingo, pubblicato in Vita.it del 19 febbraio 2026]

Esiste una linea sottile, e talvolta dibattuta, che separa l’impegno civile spontaneo dalle attività di utilità sociale, promosse all’interno delle realtà aziendali. Ci si interroga spesso se la partecipazione mediata dal rapporto di lavoro possa convivere con lo spirito del dono, o se il coinvolgimento dei collaboratori durante l’orario lavorativo non rischi di snaturare quella gratuità che è l’essenza stessa del volontariato.

Uno scenario in veloce cambiamento

Rispondere a questo interrogativo impone uno sguardo attento sullo scenario odierno. Massimo Lori, responsabile del registro statistico delle istituzioni non profit dell’Istat, riportava lo scorso ottobre un identikit cubista del volontariato fatto nel decennio 2013-2023: un milione di volontari in meno, aumentano gli over 65, spicca l’attività del singolo piuttosto di quello svolto in associazione o enti. E cresce un mondo ancora da tracciare, quello dell’impegno digitale che caratterizza i giovani e che sfugge alle statistiche. Diverse le cause tra effetto generazionale e disaffezione generale, ma a soffrire maggiormente è il volontariato di prossimità — quello spontaneo, diretto e informale — che ha registrato una contrazione significativa, passando dal 37,6% al 32,2%.

Aziende catalizzatrici di energie

Nel nostro quadro cubista una nota di colore è rappresentata dal mondo industriale: l’azienda non si pone come un sostituto del singolo, ma come un catalizzatore di energie. Se è vero che il volontariato nasce da una scelta individuale, è altrettanto vero che l’impresa moderna può agire come lo spazio che abilita questa scelta. Fornendo tempo e risorse, l’azienda abbatte quelle barriere (come la mancanza di tempo o l’incapacità di intercettare i bisogni) che spesso portano i cittadini ad allontanarsi dall’impegno civile, se è vero che la fascia di età che vede il declino maggiore è proprio quella dai 45 ai 64 anni.

Volontariato di competenza in controtendenza

Mentre il volontariato tradizionale segna il passo, il volontariato di competenza si muove in netta controtendenza. E sempre più aziende abbandonano il modello di volontariato “una tantum” di comunità, comunemente utilizzato come una forma di team building, per strizzare l’occhio a forme più strutturate e capaci di diventare investimento a lungo termine.
Secondo le analisi condotte da Fondazione Terzjus e Unioncamere, infatti, il 5% delle imprese italiane con almeno 50 dipendenti offre ai propri lavoratori l’opportunità di svolgere attività di volontariato di competenza, mentre circa il 26% delle aziende si dichiara interessato ad attivare tali programmi in futuro.

Questo dato non è casuale, ma risponde a una mutata esigenza del Terzo settore:

  • Dal tempo al talento: se il volontariato di prossimità risponde a bisogni immediati e relazionali, quello di competenza costruisce infrastrutture. Donare consulenza legale, strategica, digitale o scientifica consente agli Ets di acquisire professionalità che altrimenti non potrebbero permettersi.
  • Qualità dell’impatto: mettere un esperto di logistica o un manager della comunicazione al servizio di un’associazione durante l’orario lavorativo non è “burocratizzare il bene”, ma elevare l’efficacia dell’intervento sociale. Il tempo aziendale diventa così un investimento ad alto rendimento per la collettività.

Contrariamente all’idea che l’impegno promosso dall’azienda possa essere percepito come un semplice compito d’ufficio, l’esperienza sul campo dimostra che l’impresa agisce come una vera palestra di cittadinanza attiva.

Il punto di attivazione del singolo

Sensibilizzare alla partecipazione durante il lavoro è spesso il punto di attivazione per il singolo: i dati confermano che circa il 78% dei volontari d’impresa dichiara di aver sviluppato una nuova sensibilità che spesso sfocia in un impegno autonomo e privato. L’azienda non inquina la gratuità, ma ne amplia il bacino, trasformando il professionista in un cittadino più consapevole.

Ma non è un beneficio unidirezionale. Anche l’azienda guadagna in termini di personale più solido, ispirato, capace di avere un approccio più olistico e declinato sul ruolo sociale che l’impresa per sua natura contribuisce a svolgere.

C’è poi un nuovo fenomeno emergente che vede enti del Terzo settore  formare leader e collaboratori aziendali, invertendo il concetto comune che sia solo l’impresa la detentrice di competenze.

La collaborazione ibrida

Il volontariato non è un concetto statico, ma un’energia che deve evolversi con la società. Se la sfida oggi è la carenza di tempo e la necessità di competenze sempre più specialistiche nel sociale, la risposta risiede in una collaborazione ibrida e trasparente tra profit e non profit.

Il modello del volontariato aziendale non vuole sostituirsi al cuore pulsante del dono individuale, ma vuole fornire gli strumenti affinché quel cuore possa continuare a battere in modo efficace, portando visione e professionalità dove ce n’è più bisogno.

Gli autori di questo articolo: Sara Vinciguerra, è Head of Italy Corporate Affairs mentre Emanuele Domingo, Sr Sustainability Manager, entrambi lavorano per Boehringer Ingelheim

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