I dati nel report di Fondazione Terzjus. Occupati in crescita del 20% tra il 2019 e il 2024
[di Michele Damiani, pubblicato in «Italia Oggi» di giovedì 26 febbraio, pag.38]
Nel terzo settore cresce l’occupazione, ma gli stipendi restano al palo. Soprattutto, quelli dei più giovani. Il 73% dei lavoratori del comparto è donna, con punte ancora più alte nelle imprese sociali e nei servizi alla persona. Ma non si tratta di un mondo fatto solo da volontari: su oltre 800 mila lavoratori impiegati, il 93% ha un contratto di lavoro dipendente. Sono solo alcuni dei numeri contenuti nel report Terzjus 2025, la consueta indagine della Fondazione Terzjus che sarà presentata il 6 marzo a Roma, nella cornice di palazzo Wedekind, la sede dell’Inps. Ne abbiamo parlato con Luigi Bobba, presidente della Fondazione.
Nel 2024 il terzo settore occupava 817.500 lavoratori, con una crescita del 20% rispetto al 2019 e un incremento medio annuo del 3,7%. Un trend che, secondo Bobba, è guidato da due componenti: «la prima riguarda la riforma che, avendo dato un riconoscimento normativo a questo complesso di enti, ha anche dato maggiore certezza e trasparenza nei rapporti con il pubblico e il privato. In secondo luogo, credo che la crescita sia spinta anche dai trend demografici: la popolazione invecchia e con essa aumenta la domanda di servizi nell’area sanitaria e sociosanitaria, che rappresenta il principale bacino di utenza degli Enti del terzo settore».
Basti pensare che, come emerge dal report Terzjus, in più del 70% dei casi il lavoro nel terzo settore si concentra nei servizi alla persona.
Dei quasi 820 mila lavoratori impiegati negli Ets, come accennato, la stragrande maggioranza (il 93%) ha un contratto di lavoro dipendente, mentre i lavoratori iscritti alla gestione separata Inps sono il 5,5%. Un segmento a maggioranza femminile: le donne sono il 73% dei lavoratori. Se il totale degli occupati del terzo settore rappresenta il 4,5% dei lavoratori nel settore privato, per le donne questo valore raggiunge 1’8%.
Nonostante siano di più, le donne occupate non guadagnano come gli uomini; per la precisione, percepiscono in media 5 euro al giorno in meno. Un dato negativo, ma comunque migliore rispetto a quello delle imprese private, dove la differenza di guadagni giornalieri si attesta sui 14 euro a favore degli uomini.
Il tutto, però, in un contesto segnato da salari bassi; la retribuzione mediana annua è di 12.567 euro lordi, con la metà dei lavoratori che si trova, quindi, sotto questa soglia. Nei servizi tipici del settore, la retribuzione giornaliera dei full time è inferiore del 25-30% rispetto alle imprese for profit degli stessi comparti. Questo eccetto l’istruzione, dove invece il terzo settore remunera meglio. La situazione più critica riguarda i giovani: per gli under 35, circa un quarto dei lavoratori, la retribuzione mediana supera di poco i 9 mila euro, un dato che li collocherebbe nell’area del lavoro povero. Un numero che preoccupa Bobba: «se il terzo settore vuole davvero diventare un comparto innovativo deve diventare attrattivo anche nei confronti delle nuove generazioni. Non può essere percepito come un lavoro di serie B, ma come un investimento sulla propria carriera», spiega il presidente di Terzjus.
Sulla base dei numeri presenti nel report, Bobba indica tre proposte prioritarie per migliorare lo stato di salute del mercato: «prima di tutto, arrivare ad avere un’area contrattuale unitaria per gli occupati del terzo settore, in modo da evitare una regolamentazione poco coerente e frammentata. Già abbiamo qualcosa nel segmento delle cooperative sociali, ma manca tutta un’altra parte». In secondo luogo, viene richiesta parità di trattamento da parte degli enti pubblici: «molte delle attività del terzo settore derivano da una esternalizzazione di servizi da parte della pubblica amministrazione, che opera attraverso bandi. È fondamentale che i costi del lavoro siano analoghi a quelli delle remunerazioni nel settore pubblico, altrimenti c’è il rischio concreto di configurare situazioni di lavoro povero».
Infine, spingere su amministrazione condivisa, coprogettazione e coprogrammazione: «la speranza è che diventino la strada principale per dare risposte ai tanti bisogni sociali che stanno emergendo in questi anni», conclude Bobba.