Sfide e opportunità per il Terzo settore che verrà

A dieci anni dalla legge delega, il Terzo settore si conferma pilastro della coesione sociale, tra crescita degli enti, trasformazioni del volontariato e nuove opportunità. Un mondo in evoluzione, chiamato a coniugare partecipazione, lavoro dignitoso e innovazione

[di Luigi Bobba, pubblicato in «La Vita Picena» “Costruire legami, costruire futuro. Il Terzo settore tra solidarietà, prossimità e innovazione sociale” n.02/2026]

Poco più di un anno fa l’espressione “Terzo settore” è entrata nella Enciclopedia Treccani. Un passaggio non banale che andava a codificare un cambiamento avvenuto sia nella cultura, sia nella normativa del nostro Paese. Infatti, tra qualche mese ricorreranno 10 anni dall’approvazione della legge delega di riforma del Terzo settore, della disciplina delle imprese sociali e del servizio civile universale. Una delega che il Parlamento attribuì al Governo per riordinare, semplificare e innovare la normativa che nei 25 anni precedenti aveva avuto il merito di riconoscere fenomeni emergenti (quello delle organizzazioni di volontariato, delle cooperative sociali e delle associazioni di promozione sociale), ma allo stesso tempo aveva generato trattamenti non sempre omogenei e talvolta contraddittori rispetto ai diversi soggetti che man mano andavano componendo la famiglia del Terzo settore. La legge delega 106/2016 non è stata una mera operazione giuridica, ma prima di tutto ha segnato un cambiamento culturale: il riconoscimento di un mondo radicato nelle nostre comunità, ma spesso considerato marginale, una ruota di scorta di istituzioni pubbliche incapaci di rispondere ai bisogni sociali emergenti o un rimedio ai non pochi guasti generati da un mercato dominato dalla logica della massimizzazione del profitto. Non a caso lo slogan con cui il presidente del Consiglio di allora, Matteo Renzi, lanciò la riforma era “non più terzo settore, ma primo”. Una provocazione per sottolineare la rilevanza di “un’Italia generosa e laboriosa che tutti i giorni opera silenziosamente per migliorare la qualità di vita delle persone”. 

Una fotografia aggiornata del Terzo settore

Dopo l’introduzione del Codice del Terzo settore (2017), sono nati e sono stati riconosciuti gli Enti del Terzo settore (Ets): soggetti di natura giuridica privata, che perseguono finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, non hanno fine di lucro, realizzano attività di interesse generale facendo leva sulle risorse derivanti dal volontariato, dalla mutualità e dall’imprendività sociale. Questi enti sono iscritti ad un Registro unico nazionale del Terzo settore (Runts), articolato in sette sezioni. Ad oggi sono più di 140.000 gli enti registrati di cui quasi la metà sono associazioni di promozione sociale (Aps). Seguono poi le organizzazioni di volontariato (Odv), le imprese sociali (Is) e poi gli enti filantropici (Ef), le società di mutuo soccorso e una categoria più indistinta di “Altri” enti di terzo settore. Gli iscritti al Runts sono tenuti ad adempimenti minimi di trasparenza e in forza di ciò possono accedere a bandi pubblici, avere facilitazioni fiscali e utilizzare risorse pubbliche a loro riservate. Più di 51.000 sono i “nuovi iscritti” al Registro, ovvero soggetti che non erano presenti nei precedenti registri regionali e camerali. Più della metà sono affiliati ad una Rete nazionale che presta loro servizi e fornisce rappresentanza presso le istituzioni pubbliche. Dunque un mondo plurale e diversificato che la Repubblica, con l’art. 118 della Costituzione, si è impegnata a sostenere proprio nello svolgimento di attività di interesse generale secondo il principio di sussidiarietà orizzontale.

Due sfide per il Terzo settore che verrà

Delineati così i caratteri tipici dei soggetti riconosciuti come Ets – che sono una realtà più circoscritta e più definita delle organizzazioni non profit censite dall’Istat – quali sono le sfide che questi enti si trovano di fronte, ovvero quali sono i punti di criticità da affrontare e superare, anche utilizzando la leva della riforma, per poter diventare effettivamente il “terzo pilastro” della nostra comunità nazionale? Innanzitutto, va rilevato che più del 80% di questi 140.000 Ets opera esclusivamente con risorse volontarie, ovvero non ha dipendenti o collaboratori remunerati. Un esplicito richiamo al fatto che le attività e i servizi di interesse generale rivolti ai propri soci o alla popolazione in generale e in particolare alle fasce più deboli, si reggono quasi interamente sull’azione volontaria, sull’attivismo civico e su risorse di tipo mutualistico. Di recente poi, l’Istat ci segnala un fenomeno ambivalente: da un lato il volontariato nelle grandi reti associative sembra conoscere un seppur modesto declino; dall’altro, nascono e si diffondono forme di impegno volontario individualizzate, più leggere, discontinue e si rintraccia anche una inedita presenza di volontari online e di netattivisti. Ed ecco la sfida per le organizzazioni associative: come rispondere al declino dell’impegno volontario nelle reti organizzate e come intercettare questa nuova disponibilità all’impegno più fluida e meno strutturata? Dalle ricerche della Fondazione Terzjus, molti Ets segnalano una difficoltà di ricambio generazionale e la fatica a motivare e trattenere dentro la propria rete associativa proprio le persone più giovani. Non ci si può illudere di tornare al tempo di militanze lunghe e strutturate, ma allo stesso tempo – come si evidenzia nella ricerca condotta da Terzjus sui cittadini digitali – le organizzazioni possono ancora svolgere un ruolo non marginale nell’attivare nuove forme di impegno volontario.  La sfida sta dunque nel riconoscere le novità e le potenzialità dell’attivismo online per cercare di integrarlo con il volontariato in presenza, favorendo così l’avvicinamento tra mondi e generazioni che altrimenti rischierebbero di rimanere distanti e incomunicanti. Una seconda sfida riguarda l’occupazione e il lavoro nel Terzo settore. Infatti, gli Ets occupano quasi 820.000 persone di cui più del 50% con contratti di lavoro part time. Sono le imprese sociali – che pure rappresentano solo il 17% del totale degli Ets – ad impiegare quasi l’80% dei lavoratori del Terzo settore. Si tratta di un’occupazione prevalentemente femminile – circa il 70% -, diffusa prevalentemente nei servizi sanitari e socioassistenziali e con retribuzioni mediamente più basse – circa il 30%in meno – rispetto ai lavoratori occupati in tutto il resto dell’economia privata. Complessivamente, l’occupazione nel Terzo settore rappresenta il 4,5% degli occupati nell’economia privata; dunque un comparto che contribuisce in modo significativo a generare posti di lavoro. Dove sta la sfida per gli anni futuri? Innanzitutto, non si possono chiudere gli occhi su salari troppo bassi che in alcuni casi sconfinano nel lavoro “povero”. Sono il frutto avvelenato della pratica, da parte delle amministrazioni pubbliche, degli appalti al massimo ribasso che hanno contrassegnato per molti anni – e ancora permangono – i processi di esternalizzazione dei servizi pubblici. In secondo luogo, oltre alla questione retributiva, serve anche un riconoscimento sociale del lavoro di cura, formativo e relazionale in quanto garantisce una migliore qualità di vita alle persone più fragili e più esposte a rischi di esclusione. Migliori retribuzioni e maggior riconoscimento sociale potranno essere conseguiti, se gli Ets sapranno attrarre giovani talenti intenzionati a scommettere il loro futuro professionale nel campo dell’innovazione sociale. In tal senso va registrato che negli ultimi 10 anni sono più che decuplicati i corsi di laurea, di perfezionamento e i master dedicati ad accrescere le competenze professionali e manageriali di chi opera o dirige un’impresa sociale o un ente di terzo settore.

Opportunità da coltivare

Quali leve per attrarre, motivare e di esternalizzazione dei servizi pubblici. In secondo luogo, oltre alla questione retributiva, serve anche un riconoscimento sociale del lavoro di cura, formativo e relazionale in quanto garantisce una migliore qualità di vita alle persone più fragili e più esposte a rischi di esclusione. Migliori retribuzioni e maggior riconoscimento sociale potranno essere conseguiti, se gli Ets sapranno attrarre giovani talenti intenzionati a scommettere il loro futuro professionale nel campo dell’innovazione sociale. In tal senso va registrato che negli ultimi 10 anni sono più che decuplicati i corsi di laurea, di perfezionamento e i master dedicati ad accrescere le competenze professionali e manageriali di chi opera o dirige un’impresa sociale o un ente di terzo settore. Opportunità da coltivare Quali leve per attrarre, motivare e trattenere dentro le reti associative e le imprese sociali nuovi volontari e nuovi talenti professionali? Perché sono le persone, ancor più delle tecnologie, che possono fare la differenza in un ambito dove la dimensione relazionale è centrale e decisiva. Nella riforma del Terzo settore si possono individuare due leve che costituiscono potenziali opportunità per la crescita e la qualificazione della presenza, delle attività e dei servizi generati degli Ets. La prima ha a che fare con le risorse finanziarie. Molti Ets lamentano una scarsa disponibilità di risorse per gestire la propria struttura, avviare nuovi progetti e remunerare in modo adeguato qualche risorsa professionale. Ci sono due opportunità che la riforma ha individuato. La prima riguarda le risorse donative derivanti dalle erogazioni liberali e dal 5 per mille. In entrambi i casi, le risultanze di uno studio condotto dalla Fondazione Terzjus dimostrano che le nuove norme hanno favorito sia un incremento dei donatori e dell’ammontare delle donazioni, sia una crescita del numero dei contribuenti che hanno esercitato la facoltà di destinare una quota delle tasse dovute – il 5 per mille appunto – ad una di queste organizzazioni. In secondo luogo, si va strutturando, da parte di diversi gruppi bancari, a cominciare da Banca Etica, un’offerta di accesso al credito più mirata alle esigenze e alle caratteristiche dei soggetti di Terzo settore, che – ricordiamolo – non hanno finalità di profitto. Si tratta di attrarre capitali pazienti per investimenti in strutture e servizi non di mercato ma fondamentali per la qualità di vita delle persone più fragili e per la coesione delle nostre comunità. In tal senso si muove il Piano d’azione per l’economia sociale recentemente messo in consultazione pubblica da parte del Mef e che, probabilmente, verrà approvato nei prossimi mesi. Una seconda leva riguarda quella che viene chiamata “amministrazione condivisa”. Gli Ets infatti, come soggetti rappresentativi della società solidale e interpreti del valore della sussidiarietà orizzontale, nel momento in cui entrano in relazione con la Pubblica amministrazione (Pa) non possono essere trattati alla stregua di soggetti di mercato profit. Il Codice del terzo settore ha aperto una strada fortemente innovativa che ispira i rapporti tra Ets e Pa non tanto ai principi di concorrenza e di mercato, ma a quelli di cooperazione e collaborazione, in quanto Pa e Ets condividono una “comunanza di scopo”. Gli istituti dell’amministrazione condivisa – coprogrammazione e coprogettazione – stanno cominciando a radicarsi nelle comunità locali (circa 2000 gli Avvisi rintracciati sulla rete), e si rafforzano e si consolidano quando esistono anche riferimenti normativi e risorse nella legislazione regionale (vedi anche la legge della Regione Marche). È in atto una rivoluzione silenziosa che potrebbe portare i cittadini organizzati negli Ets a partecipare, in forma volontaria o professionale, nel generare beni pubblici e relazionali fondamentali per la coesione delle nostre comunità, far crescere buona occupazione e favorire lo sviluppo delle aree interne maggiormente a rischio di esclusione. Una partita difficile, ma le norme oggi ci sono e l’opportunità va colta e tradotta in servizi più personalizzati e di maggiore qualità. Il tornante dei 10 anni di approvazione della riforma suggerisce che oggi è il tempo opportuno non solo di un bilancio veritiero, ma altresì di un nuovo inizio, Una fase si chiude, ma una nuova stagione, carica di sfide e opportunità, si apre. Le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, possono essere di una qualche illuminazione per gli anni a venire: “I volontari sono veri e propri patrioti custodi di un impegno che accresce il patrimonio morale del Paese”.

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