[di Luigi Bobba e Gabriele Sepio, pubblicato in «Il Sole 24 Ore» del 21 Marzo 2026, pag. 28]
Amministrazione condivisa: verso una rivoluzione silenziosa. Gli strumenti previsti dagli articoli 55 del Codice del Terzo settore diventano una modalità ordinaria di relazione tra pubblica amministrazione ed enti del Terzo settore. Non un’alternativa agli appalti, ma un diverso paradigma amministrativo fondato sulla sussidiarietà orizzontale e sulla costruzione congiunta dell’interesse generale. I dati raccolti nel Terzjus Report (Terzjus è la fondazione – osservatorio sul Terzo settore), attraverso una ricerca condotta da Patrick Besan e Federico Razzetti dell’università della Valle d’Aosta, consentono di misurare il fenomeno. Tra il 2021 e il 2024 sono stati censiti 1.922 avvisi che richiamano esplicitamente l’articolo 55 o il decreto ministeriale 72/2021. La progressione è significativa: gli atti che fanno riferimento al quadro normativo dell’amministrazione condivisa passano dal 52,9% del 2021 all’85% del 2024. Il ricorso agli strumenti di co-programmazione e co-progettazione non appare più episodico, ma giuridicamente consapevole. Una spinta che arriva soprattutto dai Comuni, che promuovono circa il 90% degli avvisi. L’amministrazione condivisa è, in questa fase, un fenomeno prevalentemente municipale. Anche la distribuzione territoriale non è neutra: quasi la metà degli avvisi si concentra nel Nord, con Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte che da sole raccolgono circa il 50% dei casi censiti. La diffusione è reale, ma ancora disomogenea. Sul piano sostanziale, emerge una scelta netta: circa il 90% delle procedure riguarda la co-progettazione, mentre la co- programmazione resta residuale. Si privilegia dunque la fase attuativa rispetto a quella di definizione strategica delle politiche. Le aree di intervento confermano la vocazione sociale dello strumento: disabilità, non autosufficienza, povertà, minori e giovani coprono la metà degli interventi. L’amministrazione condivisa si sta consolidando soprattutto nell’area del welfare socio-sanitario mentre è ancora marginale nelle restanti aree di intervento sociale. Non si tratta solo di piccoli interventi. Gli impegni economici oscillano da poche migliaia di euro fino a 22 milioni, con una media di circa 650mila euro. La co-progettazione viene utilizzata anche per servizi strutturati, incidendo sull’organizzazione dell’offerta territoriale. La questione, tuttavia, non è quantitativa. Il punto è capire se questi strumenti rappresentino una diversa tecnica di affidamento o un mutamento del modello amministrativo. La differenza sta nella logica: non concorrenza per l’erogazione di un servizio definito unilateralmente dalla Pa, ma definizione condivisa degli interventi sulla base di una comunanza di scopo. È qui che si misura la distanza dall’appalto tradizionale. Il Report parla di “rivoluzione silenziosa”. Un’espressione che coglie un processo graduale, non privo di discontinuità territoriali e interpretative. Il quadro normativo è ormai consolidato, ma la trasformazione istituzionale è incompleta. Perché l’amministrazione condivisa diventi infrastruttura stabile occorrono competenze adeguate nelle amministrazioni, copertura integrale dei costi per gli enti coinvolti, sistemi di valutazione dell’impatto e una giurisprudenza coerente.