Terzo settore: il traguardo della riforma come nuovo punto di partenza

Il presidente di Fondazione Terzjus Luigi Bobba spiega a Interris.it perché la riforma del Terzo settore è sia un traguardo che un nuovo punto di partenza

[di Lorenzo Cipolla, pubblicato su Interris.it il 9 Aprile 2026]

Il traguardo è in realtà un nuovo punto di partenza. “La riforma del Terzo settore è sostanzialmente completa sotto il piano normativo, modificata e integrata con il nuovo inquadramento fiscale per enti del Terzo settore (Ets) e imprese sociali, dopo la Comfort letter della Commissione europea, e dopo il decreto di controllo e autogoverno. Ora è il momento della sua attuazione nel quotidiano, per dare a queste realtà la possibilità di utilizzare al meglio le opportunità che gli vengono messe a disposizione”, dice a Interris.it è il presidente di Fondazione Terzjus Luigi Bobba.

Dalla frammentazione al riordino

La serie di norme che si sono susseguite in quasi dieci anni, dall’inizio dell’iter avviato dalla legge delega 106 del 6 giugno 2016, seguita da Codice del Terzo settore (2017) e dal Registro unico nazionale (Runts), ha portato al superamento della frammentazione e al riordino legislativo e alla razionalizzazione della fiscalità del mondo delle organizzazioni impegnate nel sociale. Un universo di oltre 140mila realtà animate dall’impegno, principalmente, di volontarie e volontari a realizzare una società inclusiva, in cui condizioni di vita e diritti siano tutelati e garantiti per tutti, che pure deve fare i conti con la gravosità di alcuni adempimenti e il declino, seppur leggero, della partecipazione.

Le due direzioni

Secondo Bobba ci si deve muovere in due direzioni. Una è “mettere ciascun ente nelle condizioni di beneficiare delle facoltà date dall’iscrizione al Registro unico nazionale (Runts), come fruire del Social bonus, un credito d’imposta del 50%, entro il 5 per mille dei ricavi” per sostenere in modo concreto gli Ets nelle loro attività di interesse generale, che vanno dall’ambito socio-sanitario a quello educativo, passando per la socialità culturale e sportiva, fino all’ambiente e alla cooperazione internazionale. L’altra è l’accompagnamento di tante realtà di piccole dimensioni ma radicate nel proprio territorio, per renderne più efficace l’opera. “A questo scopo servono dei grandi aggregatori catalizzatori come le Reti associative nazionali (Ran) e i Centri di servizio per il volontariato (Csv)”. “Inoltre ci vogliono risorse per dare la possibilità ai progetti di fare bene e durare nel tempo. E’ un investimento sul futuro”, aggiunge.

La nuova fiscalità

La durabilità può essere agevolata dal nuovo regime fiscale introdotto dal Codice ed entrato in vigore dal 1° gennaio di quest’anno, dopo la valutazione dell’Unione europea. “In precedenza ciascun soggetto, associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato e via dicendo, aveva il proprio regime fiscale. Adesso sono stati unificati in uno solo, con caratteristiche comuni”, illustra, “è stato riconosciuto il principio che gli eventuali utili o avanzi di gestione di questi enti non possono essere tassati, in quanto non sono nella disponibilità degli enti perché vanno reinvestiti nell’attività tipica”.

Valore sociale: inclusione e diritti

L’obiettivo primario di questo mondo che vede 140mila enti registrati, di oltre 50mila nuovi iscritti, dà lavoro – come dipendenti o in una qualche forma di collaborazione – a 817mila persone (il 4,5% degli occupati nel settore privato), con un’occupazione in prevalenza femminile (73%), e coinvolge 4,7 milioni di volontarie e volontari, è “generare un valore sociale, un capitale relazionale e di fiducia, che non viene calcolato nel pil, ma se non ci fosse ce ne accorgeremmo”, evidenzia Bobba.

Il chiaroscuro

Le ombre nel chiaroscuro sono però rappresentate da una contrazione del volontariato in chiave tradizionale, che registra un calo del 3% delle unità, mentre ne emerge una “forma ibrida, individuale e flessibile”, principalmente online, e remunerazioni giornaliere medie inferiori del 25-30% rispetto a quelle dei lavoratori nel privato. “Dobbiamo affrontare con decisione il tema salari dei troppo bassi e chiedere che venga riconosciuto lo status del lavoro sociale, di cura ed educativo del Terzo settore”.

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