I dati della ricognizione condotta da Patrick Vesan e Federico Razetti dell’Università della Valle d’Aosta mostrano un’espansione trainata dai Comuni. Forti differenze territoriali ma risorse importanti e una spinta cruciale del PNRR. La sfida ora è costruire competenze, cultura collaborativa e sistemi di co-valutazione in grado di misurare anche fiducia e impatto sociale.
L’amministrazione condivisa (AC) non nasce da una teoria astratta, ma da un’esperienza di “antropologia positiva”. Nel 1997 il professor Gregorio Arena dell’Università di Trento conia il neologismo nel saggio Introduzione all’amministrazione condivisa.
Da presidente dell’Opera universitaria di Trento, Arena occupandosi di garantire agli studenti più svantaggiati il diritto allo studio, aveva sperimentato un diverso punto di vista: gli studenti non solo come destinatari di servizi (mense, alloggi), ma come portatori di risorse, talenti e responsabilità. Da qui il coinvolgimento diretto nella valutazione della qualità delle mense, nell’accoglienza degli studenti Erasmus, nella gestione degli appartamenti per valorizzare la loro crescita come persone e come cittadini.
Quell’intuizione diventa progetto: estendere l’“antropologia positiva” a tutti i cittadini, affinché PA e comunità condividano competenze, idee, tempo e relazioni per perseguire interessi generali. L’assunto è chiaro: «L’amministrazione condivisa si fonda sulla collaborazione fra amministrazione e cittadini, capace di produrre soluzioni migliori dei modelli basati sulla separazione fra amministrazione e amministrati».
Le tappe di legittimazione: dalla Costituzione ai patti di collaborazione
La vita precede il diritto, ma alcuni passaggi sono stati cruciali per una legittimazione sul piano normativo dell’AC: 2001, la revisione del Titolo V della Costituzione con l’art. 118, ultimo comma, introduce il principio di sussidiarietà orizzontale; 2012–2014, a Bologna nasce il Regolamento comunale-tipo (Comune di Bologna e Labsus), che “traduce” la sussidiarietà in pratiche amministrative: i patti di collaborazione, atti para-contrattuali che disciplinano i rapporti fra cittadini attivi e amministrazione. Infine, ed è il passaggio più importante, nel 2017, il Codice del Terzo Settore norma gli istituti dell’AC: coprogrammazione, coprogettazione e convenzione, riservando ai soli ETS la possibilità di avvalersi di tali istituti individuati e disciplinati dagli artt. 55,56 e 57 del Codice del Terzo Settore. Da Regolamento amministrativo, l’AC diventa norma di legge; un’innovazione sul piano giuridico che trova piena legittimazione nella fondamentale sentenza n. 131/2020 della Corte Costituzionale. Di lì a poco, il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, con il DM 72/2021, emana le Linee Guida per definire confini e procedure dell’AC, dando solidità e chiarezza a questa rilevante innovazione normativa
Il COPROG dataset (2018–2024): la prima banca dati nazionale della AC
Il Terzjus Report 2025 con il COPROG dataset colma una lacuna: per la prima volta, una banca dati nazionale individua, mediante una ricognizione di quanto pubblicato in Rete, ben 3.190 Avvisi emanati dalle Pubbliche Amministrazioni tra il 2018 e il 2024. La ricerca, condotta da Patrick Vesan e Federico Razetti, analizza poi gli Avvisi emanati tra il 2021 e il 2024 e che fanno esplicito riferimento all’art.55 del CTS o al DM 72/2021. Nel 2024, l’85% del totale degli Avvisi in Rete riporta esplicitamente itali riferimenti normativi, quasi il doppio rispetto al 2021: un segnale di consolidamentoamministrativo, sostenuto da Linee guida più chiare e dalle Regioni più attive. Le amministrazioni del Centro e del Nord ricorrono all’esplicito riferimento normativo in modo più frequente, sopra il 75%, rispetto al Sud e alle Isole, ferme al 67%. È da notare, come già emerso in precedenti rilevazioni, che le coprogettazioni sfiorano il 90%, mentre le coprogrammazioni rappresentano solo il 10,3%.
Chi traina e dove: Comuni protagonisti, geografia polarizzata
A trainare la crescita sono soprattutto i Comuni (singoli, capofila di ambiti/distretti o in forma associata), che emettono il 90% degli Avvisi, ma sono presenti anche le Regioni, le strutture sanitarie (ASL), le Provincie e le Città metropolitane.
La geografia è polarizzata: al Nord il 49,8% degli Avvisi; seguono il Mezzogiorno 26,7% e il Centro 23,6%. Spiccano Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte, che da sole generano oltre metà del totale nazionale. Alcune città medie (es. Rimini, Livorno) superano grandi metropoli: contano capacità amministrativa, volontà politica e tradizione collaborativa più della demografia.
Ambiti di intervento: il welfare al centro
Il cuore della coprogettazione resta il welfare sociale: disabilità e non autosufficienza, minori e giovani, povertà ed esclusione sociale, integrazione e inclusione.
Le coprogrammazioni mostrano un profilo simile, con maggiore uso nei Piani di Zona e nei multi-ambito. Cultura, rigenerazione urbana, sport e ambiente restano sotto il 10–11%.
Dove gli ETS sono tanti, la coprogettazione cresce
Una correlazione significativa emerge tra densità di ETS per PA e numero di Avvisi nelle diverse Regioni: più alta la densità, maggiore il ricorso a procedure collaborative.
Ma il dato è eterogeneo: Toscana ed Emilia-Romagna rappresentano modelli di amministrazione condivisa per governance partecipata e quadri normativi consolidati. Lazio e Umbria, pur ricche di ETS, mostrano bassa capacità attuativa. Morale: il capitale civico senza adeguate competenze amministrative non basta.
Le risorse: uno strumento duttile, non solo micro-interventi
Gli importi confermano la duttilità dello strumento: la media delle risorse impegnate è, in ciascun Avviso, di 660 mila, la mediana di 180 mila, ma l’escursione va da 1500 euro a 22 milioni di euro.Dati che dimostrano che non si tratta solo di micro-interventi e che agiscono attori diversi con processi decisionali eterogenei e poste in gioco molto differenziate.
PNRR, l’acceleratore
Tra 2022 e 2024, quasi un avviso su cinque è legato al PNRR. L’ingresso delle risorse europee si avverte già nel 2022, quando l’avvio operativo dei finanziamenti fa salire media e mediana degli stanziamenti, soprattutto grazie ai grandi bandi ministeriali. La quota di Avvisi PNRR resta stabile nel triennio, ma il 2023 è l’anno con più pubblicazioni. In parallelo, diminuisce l’importo medio delle coprogettazioni: dal 2023 le risorse defluiscono ai territori, moltiplicando le coprogettazioni locali con dimensione economica più contenuta. In sintesi: il PNRR ha agito come volano dell’AC, prima spingendo investimenti di scala, poi alimentando un tessuto diffuso di iniziative territoriali.
Scarsa l’iniziativa diretta degli ETS
Solo 18 enti del Terzo Settore si sono avvalsi della facoltà, prevista dallàart.55 del CTS, di proporre autonomamente alle PA l’utilizzo di uno degli istituti di AC per realizzare un servizio sociale o un’attività di interesse generale. Segno che anche per gli ETS c’è ancora molta strada da compiere per metabolizzare questa importante innovazione normativa.
Una rivoluzione ancora incompleta: le tre priorità
Il quadro che emerge, dal capitolo dedicato del Terzjus report 2025, è chiaro: l’AC ha superato la fase sperimentale e, almeno in alcuni territori, è diventata uno strumento strutturale di co-amministrazione. Ma i dati evidenziano disomogeneità territoriali legate a capacità amministrative molto diverse degli enti locali e un diverso grado di maturità organizzativa degli ETS. La prima priorità è rafforzare le competenze dei soggetti coinvolti promuovendo investimenti formativi e organizzativi che mettano le amministrazioni pubbliche e gli ETS nella condizione di operare in contesti effettivamente collaborativi. La qualità e la sostenibilità dei processi collaborativi di coprogrammazione e coprogettazione, infatti, dipendono non solo dalla presenza di norme e prassi adeguate ma anche dai comportamenti, dalle aspettative e dalle culture organizzative degli attori coinvolti. La seconda consiste nel dare un riconoscimento strutturato al valore generato dalle pratiche collaborative, anche sul piano economico (valore pubblico, esternalità positive, risparmi e ritorni sociali). Infine, sviluppare sistemi di valutazione che misurino non solo l’efficienza amministrativa delle procedure, ma anche il capitale relazionale, la fiducia e l’impatto sociale che si è generato.
Conclusione: da pratica “innovativa” a modalità ordinaria di co-amministrazione
L’avvio di questa banca dati mostra che la collaborazione istituzionalizzata tra Stato e Terzo Settore non è più un esperimento: è un tassello stabile di governance pubblica che muove investimenti, orienta scelte strategiche e ridisegna i rapporti tra pubblico e Terzo settore. La vera sfida non è moltiplicare le coprogettazioni, ma creare un’infrastruttura istituzionale e cognitiva che le sostenga, le valorizzi e valuti nel tempo. Se ben governata, questa trasformazione può diventare uno dei lasciti più significativi del cambiamento originato e promosso dalle norme contenute nel Codice del Terzo Settore.