Cittadini digitali: l’Italia che si impegna online (ma non solo)

Netattivismo e volontariato digitale crescono, ma restano legati all’impegno “reale” e al ruolo chiave del Terzo Settore. Qui una sintesi di un ampio Rapporto di ricerca che verrà pubblicato in un capitolo del Terzjus Report 2025 e reso disponibile dal 6 marzo sul sito www.terzjus.it

a cura della Redazione

Cliccare, condividere, firmare una petizione online o partecipare a una campagna social non è più solo un gesto individuale: è diventato, per molti cittadini, una nuova forma di partecipazione civica. Sono gesti rapidi, spesso leggeri, ma capaci di far circolare idee, indignazione, solidarietà. 

È quanto emerge dall’indagine Cittadini digitali. Indagine sulle forme di netattivismo e di volontariato online, curata da Andrea Bassi e Italia non profit (con Claudia Ladu e Mara Moioli) con il sostegno di Fondazione Cariplo, che esplora per la prima volta in modo sistematico il profilo e le dinamiche di chi in Italia si impegna sul web per cause sociali e civiche.

Il quadro che ne deriva descrive un’Italia tutt’altro che apatica: una comunità connessa, attenta, disposta ad attivarsi. Ma soprattutto, un’Italia che non vive il digitale come alternativa alla partecipazione reale: i cittadini che agiscono online sono spesso gli stessi che partecipano nelle associazioni, nei territori, nelle comunità locali. Il web, dunque, non sostituisce: amplifica.

Lo studio distingue tra netattivismo – l’insieme di azioni civiche, sociali o politiche svolte online – e volontariato digitale, che implica invece lo svolgimento di compiti strutturati a favore di enti o singole iniziative solidaristiche attraverso le tecnologie. Due fenomeni diversi, ma spesso intrecciati, che raccontano come il web stia trasformando le modalità dell’impegno civile senza sostituirle del tutto.

Chi sono i nuovi attivisti digitali

Il profilo che emerge dalla ricerca, su un campione di oltre mille persone, è quello di una vera e propria “avanguardia civica”: persone istruite, informate, già impegnate offline, e con un rapporto maturo con il digitale.

Il genere conta poco: non emergono differenze significative, se non una lieve prevalenza femminile tra chi pratica forme di attivismo “a bassa soglia”, cioè condivisioni e reazioni sui social.
Diverso è il discorso sull’età: la partecipazione online diminuisce con il passare degli anni. Nella fascia “fino a 24 anni” non partecipa il 34%, percentuale che sale al 54,5% tra gli over 75.

Ma il dato forse più interessante è un altro: i netattivisti più intensi – cioè quelli che producono contenuti, coordinano azioni, promuovono campagne – si concentrano soprattutto nella fascia 45-54 anni (40,5%). Segno che l’impegno digitale più strutturato non è appannaggio dei giovanissimi, ma di cittadini adulti e pienamente inseriti nella vita sociale e professionale.

Decisivo, invece, il livello di istruzione: più cresce il titolo di studio, più aumenta la propensione a partecipare online. Si passa infatti dal 12,5% di netattivisti tra chi ha solo l’obbligo scolastico al 31,4% tra chi ha conseguito master o dottorato.

Anche la posizione lavorativa influisce: chi non partecipa è maggiormente presente tra i lavoratori manuali (60%) seguiti da commercianti e artigiani (50%).

Le forme di attivismo leggero sono invece più diffuse tra gli impiegati (36,6%).
Chi invece si impegna in modo più strutturato è spesso un libero professionista (36,8%) o un insegnante (35,5%), categorie abituate a lavorare con la comunicazione, la progettazione e il pensiero critico.

Online e offline: un legame forte

Uno dei risultati più chiari dell’indagine è che digitale e presenza non si escludono, anzi si rafforzano. Chi è attivo offline – in associazioni, iniziative civiche o politiche – è molto più propenso a esserlo anche online. Al contrario, chi non partecipa nella vita reale tende a restare ai margini anche nel web.

Il 57% di chi non partecipa in presenza a iniziative nel campo civile, sociale e della politica, non partecipa nemmeno online. Al contrario, tra chi è molto attivo (5 o più attività), solo il 28,7% non partecipa online.

Accade lo stesso per chi non svolge attività di volontariato in presenza: nel 44% dei casi non partecipa nemmeno online, mentre la presenza di netattivisti cresce insieme alla frequenza e alla continuità dell’impegno volontario. Insomma, più il volontariato è intenso, maggiore è l’impegno online.

E chi non fa volontariato partecipa poco anche online. Il digitale, dunque, non crea dal nulla l’impegno civico, ma lo amplifica.

Il ruolo strategico del Terzo Settore

Uno dei risultati più significativi – e forse più inattesi – riguarda il ruolo degli Enti del Terzo Settore.
Più della metà dei rispondenti afferma che sono proprio gli enti a spingerli ad attivarsi online: attraverso campagne, narrazioni, iniziative, ma soprattutto attraverso la fiducia che ispirano.

Anche nel web, infatti, la credibilità resta un bene prezioso. E gli enti riconosciuti, radicati nei territori, capaci di raccontare cause e obiettivi, continuano a rappresentare un riferimento imprescindibile.

Per questo, suggerisce la ricerca, le organizzazioni sociali hanno oggi l’opportunità – e la responsabilità – di trasformare le energie dell’attivismo leggero in percorsi più strutturati, capaci di generare impatto reale.

La maggior parte dei cittadini italiani attivi online, infatti, pratica forme di mobilitazione leggere, “a bassa soglia”: condivisioni, like, firme digitali, adesioni episodiche a campagne. Solo una minoranza assume ruoli di coordinamento o guida.

La vera domanda, per i ricercatori, è proprio questa: cosa trasforma un cittadino digitale da “spettatore impegnato” a protagonista?

Capire cosa favorisce il passaggio dal gesto simbolico alla partecipazione organizzata – e cosa invece lo ostacola – sarà decisivo per il futuro del Terzo Settore e della partecipazione civica.

Altrettanto urgente sarà comprendere come coinvolgere fasce oggi meno rappresentate: giovani con livelli di istruzione più bassi, persone in condizioni economiche fragili, territori meno connessi.

E gli Enti del Terzo Settore possono avere un ruolo essenziale per valorizzare, veicolare, trasformare l’energia positiva che circola nel Belpaese creando narrazioni, spazi e comunità in cui l’attivazione valoriale e la spinta etica possa diventare partecipazione organizzata. 

Verso modelli ibridi di partecipazione

Il messaggio che arriva dalla ricerca è chiaro: gli italiani non chiedono di scegliere tra online e offline. Vogliono entrambi, un’integrazione coerente. 

La partecipazione in presenza resta insostituibile, perché genera relazione, comunità, impatto reale.
L’online è un acceleratore: raggiunge pubblici più ampi, rende visibili le ingiustizie.

Per questo, il futuro dell’impegno civico in Italia sarà ibrido: dove il territorio dà profondità e il web dà ampiezza. Per gli Enti del Terzo Settore questo significa immaginare modelli ibridi di partecipazione, in cui l’ampiezza del web e la profondità del territorio si rafforzino a vicenda e si trasformi l’attenzione diffusa del netattivismo leggero in impegno organizzato.

E la grande sfida sarà trasformare un clic, un post, una condivisione in qualcosa di più: in cambiamento reale.

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