[di Paolo Foschin, intervista a Gabriele Sepio, pubblicata su «Corriere della Sera» del 23 giugno 2026, pag. 33]
Ci sono voluti alcuni mesi, per il tratto finale. E prima alcuni anni, perché al finale ci si arrivasse. Ma stavolta forse ci siamo davvero: il testo del Piano nazionale dell’economia sociale, licenziato dal governo lo scorso autunno e allora messo online apposta per raccogliere arricchimenti e correzioni anche dalla società civile, torna finalmente alla base aggiornato perché il Governo lo trasformi in decreto e lo faccia decollare sul serio. Succederà questa settimana, quando il sospirato Piano più volte sollecitato all’Italia dall’Europa – che il suo lo aveva varato già nel 2021 – approderà appunto in Consiglio dei ministri e sarà da questi trasformato in Dpcm.
Oltre cento erano state, nei mesi scorsi, le «risposte e proposte» arrivate sul sito del ministero delle Finanze in seguito alla pubblicazione del testo: «Non solo un record ma un segno evidente – aveva detto già allora Gabriele Sepio, il quale nella redazione del Piano ha svolto e svolge un ruolo di coordinamento tecnico – che di questo strumento ci fosse un grande bisogno». L’economista Paolo Venturi, direttore di Aiccon, aveva definito a sua volta sulle pagine di Buone Notizie l’arrivo del Piano «uno spartiacque». Qual è il punto adesso? «Che finalmente le realtà dell’economia sociale avranno un sistema di regole pensate per loro. Non però come nicchia, bensì come parte integrante del sistema generale». Economia sociale, vale la pena ricordarlo per i non addetti, è quella che accanto o ancora prima del profitto comunque necessario per stare in piedi ha come fine l’interesse generale e il bene comune: «Ma per troppo tempo – prosegue Sepio – queste realtà sono dovute sopravvivere applicando regole scritte per il mercato». Non a caso il coordinamento del Piano fa capo a tutti gli effetti al ministero dell’Economia e ciò significa che quelle realtà possono anzi devono starci «dentro», al mercato, pur conservando e anzi proteggendo i quattro elementi che le caratterizzano: primato della persona, non lucratività, finalità di interesse generale, governance democratica. «Sono valori radicati nella nostra tradizione – ricorda Sepio – e che infatti ritroviamo non solo nella economia della fraternità di San Francesco, oltre che nell’attuale Magnifica Humanitas di papa Leone, ma anche nell’articolo 45 della nostra Costituzione»: con il quale già i Padri della Repubblica riconoscevano «la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata». I soggetti che oggi si muovono in questo ambito sono riconducibili a quattro grandi blocchi identificabili nei mondi della cooperazione, del Terzo settore, dello sport e anche degli enti religiosi – specie in riferimento all’attività di ospedali e scuole – con un sostegno importante proveniente da credito cooperativo e fondazioni di origine bancaria. La sfida per il Mef sarà proprio quella di essere una «cabina di regia» – sintetizza Sepio – per coordinare competenze tradizionalmente «parcellizzate» e che di ministeri ne coinvolgono in realtà parecchi, dal Lavoro allo Sport, dalle Disabilità all’Università e ricerca.
Le prossime tappe? Il coordinatore spiega: «Sarà un percorso di piccoli passi e la prima fase consiste in un monitoraggio fino al 2032 delle azioni che saranno concretamente messe in atto per favorire le realtà dell’economia sociale». Denominatore comune di tali azioni sarà quello di far «saltare la simmetria costi-ricavi tipica dell’economia tradizionale a favore di una logica asimmetrica per cui a fronte di costi si crei un valore diversamente misurabile».
Alcune conseguenze concrete del cambio di sguardo si sono già viste per esempio con la «comfort letter» di Bruxelles che nei mesi scorsi aveva legittimato le regole fiscali italiane sul Terzo settore. Oppure pensando, in prospettiva, agli appalti sulle forniture di servizi: ovvio che una realtà di economia sociale può non essere competitiva in una gara al massimo ribasso, ma se posso inserire l’inclusione di personale svantaggiato tra i fattori di valore prodotto il discorso cambia eccome.
Sepio conclude: «L’obiettivo vero è che l’economia sociale diventi una cultura sempre più consapevole. E che presto abbia uno spazio specifico, sempre più riconoscibile e consistente, anche in Legge di bilancio».