[intervista a Luigi Bobba a cura di L. Aldegheri e M.T. Giacomazzi, tratta da AP – Autogestione e Politica Prima, trimestrale di azione MAG, n. 4/2026]
Da alcuni mesi anche l’Italia si è dotata di un Piano Nazionale per l’Economia Sociale in attuazione di una Raccomandazione Europea. In che direzione va il predetto Piano? Quali sostegni concreti prevede?
Con l’informativa al CdM del 2 luglio scorso, anche l’Italia si è dotata di un Piano d’Azione Nazionale per l’economia sociale (PANES). Si tratta di un cambiamento di rilievo che trova la sua origine nel Piano d’azione per l’economia sociale varato dalla Comunità Europea nel dicembre del 2021 e poi nella Raccomandazione del Consiglio Europeo del novembre del 2023, nella quale si orientavano gli Stati membri ad adottare un loro Piano nazionale. Con l’Italia, sono ormai 21 i Paesi della UE che si sono dotati di un Piano organico e già questo dice di un processo che sta interessando gran parte dell’Europa comunitaria e che potrebbe generare trasformazioni economiche di rilievo negli anni a venire.
Qual è la rotta individuata nel PANES dal governo italiano? Innanzitutto, tenendo conto delle tre caratteristiche qualificanti dei soggetti dell’economia sociale esplicitati nella Raccomandazione – centralità della persona e non del profitto; destinazione totale o prevalente degli utili/avanzi generati al reinvestimento nelle attività istituzionali o a patrimonio indivisibile; e governance tendenzialmente democratica – il PANES mira a creare un vero ecosistema di questi soggetti qualificandoli in modo distintivo rispetto a quelli del mercato profit. Non dunque un comparto residuale ma un vero ecosistema sociale ed economico in grado di orientare le politiche per creare buona occupazione e sviluppo equo ed inclusivo. Un sociale che è già economia e che mira a trasformare l’intera società, non invece riduttivamente a rinchiudersi in una nicchia di buone azioni riparative dei danni del mercato.
Circa i contenuti, il PANES è articolato in quattro diverse polarità e su circa 50 possibili azioni che richiederanno poi successive determinazioni legislative e appropriate risorse a cominciare dalla legge di bilancio 2027.
Innanzitutto – ed è la prima polarità – il PANES intende mettere ordine al quadro normativo attuale che vede soggetti regolati in modo differenziato, sostegni di tipo settoriale e trattamenti fiscali disomogenei. In particolare, si intende recepire in modo organico il principio contenuto nella comfort letter dellaCE del settembre 2025, per cui non si può tassare un reddito, come quello generato dai soggetti dell’ES, che non è disponibile in quanto vincolato al reinvestimento nelle attività istituzionali. Dunque, una regolazione fiscale non per deroga od eccezione, ma con caratteristiche distintive volte a valorizzare l’apporto economico di questi soggetti.
In secondo luogo, nel PANES si prevede di introdurre una regolazione promozionale dell’accesso al credito, che resta oggi un ostacolo di rilievo per le organizzazioni dell’ES, in quanto i modelli di rating non tengono conto del patrimonio indivisibile e della governance mutualistica. Serve dunque rafforzare le azioni del Fondo di garanzia delle PMI, un maggior utilizzo dei programmi europei (InvestEU e FEI), nonché l’individuazione di un rating sociale riconosciuto per legge.
Una terza polarità riguarda la necessità di rafforzare e ampliare le competenze dei volontari e degli operatori professionali dei soggetti dell’ES. Infatti, l’ultimo rapporto Excelsior ha evidenziato un crescente mismatch di competenze, in particolare per le imprese sociali. Metà di queste imprese presentano criticità nel trovare operatori, in particolare educatori professionali e operatori socioassistenziali. A ciò si aggiunga la necessità di sostenere i processi di digitalizzazione e di utilizzo dell’AI nonché garantire l’accesso alle risorse del Fondo nuove competenze, come in parte è stato previsto per gli ETS.
Infine, il PANES propone una strategia di acquisti sostenibili da parte della PA che privilegi criteri di aggiudicazione diversi dal prezzo più basso e valorizzi l’impatto sociale delle offerte. Ne consegue che sarà indispensabile giungere alla elaborazione di criteri univoci e universali per misurare l’impatto delle azioni e dei servizi promossi dagli enti dell’ES, nonché un ricorso sistematico, e sostenuto con adeguate risorse, alle procedure di Amministrazione condivisa.
L’Associazionismo non a scopo di lucro, la Cooperazione e il Mutualismo hanno una ricca e consistente storia nel nostro Paese frutto di genuini valori, Intraprese non a scopo di lucro e di attenzione al Bene Comune.
Quale può essere l’ulteriore salto di qualità grazie al riconoscimento e al sostegno dello Stato e dell’UE?
Nel prossimo 2027 saranno trascorsi dieci anni dall’emanazione del Codice del Terzo settore. L’introduzione di un corpo organico di norme – un Codice appunto – sia di carattere civilistico, sia fiscale ha rappresentato sicuramente un salto di qualità di rilevo. Un mondo spesso invisibile e marginale, con una regolazione frammentata e discontinua, ha avuto un suo proprio riconoscimento istituzionale. Il successo del RUNTS – con più di 150.000 ETS iscritti – dice di per sé di un’innovazione che forse non ha eguali in Europa. Dunque, ora la regolazione civilistica e fiscale degli ETS non è più definita per deroga rispetto agli enti profit, ma trova un fondamento proprio e distintivo in quanto riferito a soggetti che per loro caratteristiche intrinseche – valori, finalità, cultura modelli organizzativi e di governance – ben si differenziano dai soggetti di mercato.Ora ci attende una nuova sfida: quella dell’economia sociale. Qui il perimetro dei soggetti evocati dalla Raccomandazione della UE è più largo e ricomprende non solo gli ETS, ma le cooperative, le mutue, gli enti sportivi dilettantistici, gli enti religiosi. Per poter adottare politiche mirate ed efficaci al fine di rafforzare e sviluppare le peculiarità di questi soggetti, occorre in primo luogo contarli per conoscerne le caratteristiche distintive, l’apporto occupazionale, il PIL generato e l’impatto sociale delle attività e servizi che vengono messi in opera. Solo così il PANES potrà diventare uno strumento efficace per meglio valorizzare l’originale presenza di questi soggetti.
Quando intervengono dispositivi istituzionali e statuali sappiamo che trascinano spesso gabbie burocratiche costose economicamente e professionalmente. Ci sono invenzioni per non assorbire troppo le energie generose e creative di quanti si coinvolgono nel mondo non a scopo di lucro?
Diversi osservatori hanno messo in guardia dal pericolo che la nuova regolazione del Terzo settore porti con sé non solo un aumento del carico degli adempimenti burocratici, ma anche un eccesso di istituzionalizzazione con conseguente mortificazione della carica creativa e innovativa degli ETS. L’obiezione va tenuta in conto, ma vorrei osservare che gli adempimenti burocratici conseguenti all’iscrizione al RUNTS sono indispensabili ad assicurare la trasparenza e la rendicontabilità degli enti iscritti. Diversa è l’obiezione sulle modalità. Da tempo sostengo che la necessità di disporre della firma digitale per il deposito del bilancio, rappresenta un accanimento terapeutico, in quanto il legale rappresentante (o un suo delegato) già si qualificano con il proprio SPID onde poter accedere al RUNTS. Molti, però, dei carichi burocratici derivano non tanto dall’iscrizione al RUNTS, quanto invece dalla partecipazione ai bandi per accedere a risorse pubbliche o messe a disposizione dalle Fondazioni bancarie o filantropiche. Qui occorre intervenire evitando che l’accesso a queste risorse non richieda una mole di lavoro tale da sottrarre energie importanti alla missione specifica di ciascun ente. In conclusione posso affermare che, conclusa con un discreto successo la nuova regolazione degli ETS, viene il tempo di indirizzare le risorse ad una “promozione fiduciaria”, valorizzando al meglio tutte le opportunità già messe a disposizione dalla legislazione attuale, ma anche agendo per un cambiamento di cultura che si radichi in una creativa applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale.
È attrezzata l’Economia Sociale e tutto il mondo che le afferisce per trasformare l’economia Capitalista che finora ha creato non poche diseguaglianze e povertà anche in Occidente, Italia compresa?
Mario Calderini ha efficacemente sintetizzato l’evoluzione dell’ES negli ultimi 25 anni. Da un’iniziale fase “riparativa”, ovvero di realizzazione di attività e servizi per sopperire ai fallimenti del mercato e dello stato nella risposta a bisogni essenziali delle persone, si è passati ad una fase “produttiva”; ovvero questi enti hanno via via assunto – in particolare con l’introduzione della 381/91 – i caratteri di imprese con finalità non solo mutualistiche ma anche sociali. Tanto che oggi una parte importante del welfare socio-assistenziale e socio-educativo è affidato a queste imprese, che sono giunte ad occupare più di 900.000 persone. Ma ora si apre una terza fase. Non a caso in Europa è mutato anche il linguaggio dalla “Social Business Initiative” (del decennio scorso) all’attuale “Piano d’azione per l’economia sociale”, riconoscendo a questa famiglia plurale di enti caratteri originali e distintivi e per questo meritevoli di politiche appropriate e di risorse dedicate. Non un’appendice, non fornitori a basso costo di manodopera, ma imprese vere capaci di generare buona occupazione anche per le categorie più fragili, maggior inclusione sociale per contrastare povertà e diseguaglianze, promozione e sviluppo delle aree interne e dei territori meno favoriti per evitare i fenomeni di abbandono e di spopolamento di parti significative del nostro Paese.
Dunque, la ES diventa “un’infrastruttura democratica” basata su modelli imprenditoriali partecipativi, caratterizzati da finalità squisitamente sociali e orientati a contrastare il cancro delle diseguaglianze che mina la coesione delle nostre comunità.