Incentivo fiscale ai datori che mettono dipendenti a disposizione degli Ets . Lo scambio di professionalità porta vantaggi reciproci
[di Ilaria Ioannone e Gabriele Sepio, pubblicato in «Il Sole 24 Ore» di sabato 25 aprile 2026, pag. 26]
Volontariato di competenza, una nuova forma di collaborazione tra imprese ed enti del Terzo settore in grado di generare valore attraverso la donazione del tempo.
Ma in cosa si differenzia dalle tradizionali erogazioni liberali? Non si tratta di trasferire risorse economiche o beni, bensì di mettere a disposizione, da parte delle imprese, le professionalità dei propri dipendenti. In altre parole, si tratta di un lavoro qualificato che entra nei processi degli enti e ne condiziona, spesso in modo significativo, gli assetti organizzativi. Una pratica, peraltro, incentivata dal fisco, che permette al datore di lavoro di dedurre, nel limite del 5xmille dell’ammontare complessivo delle spese per lavoro dipendente, i costi sostenuti per prestazioni di servizi rese a favore di enti del Terzo settore non commerciali (articolo 100 del Tuir, lettera i). Costi altrimenti indeducibili in quanto privi di inerenza con l’attività di impresa.
Ma la leva fiscale non è l’unico aspetto che va considerato, perché il volontariato di competenza è anche strumento generativo di valore a più livelli. Per gli enti del Terzo settore, l’apporto di professionalità qualificate consente di rafforzare assetti organizzativi migliorando l’efficacia delle attività di interesse generale. Per le imprese, queste esperienze rappresentano uno strumento attraverso cui misurare il proprio impatto sociale secondo parametri non strettamente economico-finanziari, bensì legati a dimensioni quali sostenibilità e responsabilità sociale.
Il valore generato dal volontariato di competenza si riflette anche sulla persona. Il lavoratore coinvolto acquisisce competenze e capacità maturate in contesti orientati alla risposta ai bisogni, sviluppando un approccio che, una volta reintrodotto nell’organizzazione aziendale, contribuisce a orientare l’attività in una prospettiva più attenta a quella che è la dimensione sociale. E proprio in questa cornice, si innesta un ulteriore elemento: la valorizzazione – resa possibile dalla riforma del Terzo settore – dei costi e dei proventi figurativi generati dall’attività del volontario. Il contributo di quest’ultimo, pur non generando un flusso finanziario, viene infatti valorizzato contabilmente dall’Ets, incidendo sulla rappresentazione dell’attività e sulla qualificazione dell’ente. Ne deriva un sistema in cui la fiscalità non si limita a incentivare il trasferimento di risorse, ma accompagna modelli in cui il valore prodotto – anche quando intangibile – assume rilevanza giuridica ed economica.
Il volontariato di competenza si inserisce infatti sempre più spesso nelle politiche di welfare aziendale, diventando uno strumento attraverso cui l’impresa interagisce con l’economia sociale e, al tempo stesso, misura il proprio impatto. Non secondo schemi standardizzati, ma attraverso dinamiche in cui il valore non è solo trasferito, ma anche restituito.
Da un lato, gli enti del Terzo settore acquisiscono competenze utili a migliorare gli assetti organizzativi e la qualità delle attività. Dall’altro, l’impresa integra esperienze che producono nuove capacità, maturate in contesti non governati dalle logiche di mercato ma orientati ai bisogni. Il valore si riflette così anche sulla persona, che sviluppa competenze difficilmente acquisibili nei contesti ordinari di lavoro.
In questa prospettiva, anche il riconoscimento di costi e proventi figurativi consente di attribuire rilevanza economica a tali apporti, incidendo ai fini della qualificazione dell’attività e della natura dell’ente. La fiscalità, quindi, non si limita a sostenere, ma accompagna modelli capaci di generare valore ulteriore, anche quando questo resta in parte intangibile.