Bene i 600 milioni sull’apprendistato duale nel PNRR. Ma….

In questo editoriale affronto il tema dell’apprendistato duale sottolineando che i 600 milioni si affiancano alle risorse per gli istituti tecnici superiori (ITS). Sarebbe necessario che, nella terza bozza del piano, queste risorse venissero incrementate e che allo stesso tempo si avviassero vere politiche attive del lavoro nonché una rimessa a punto delle norme che riguardano l’apprendistato.

Prendendo spunto dal dibattito dedicato alla misura contenuta nel PNRR circa gli ITS, che contiene un investimento per i prossimi 5 anni di circa 2 miliardi di euro, ritengo valga la pena dare attenzione anche all’altra gamba del sistema di formazione duale. Di fatto in Italia l’apprendimento duale, cioè quello che avviene in parte nei centri di formazione professionale e in parte in azienda, è sostanzialmente costituito da due strumenti, nati di recente a seguito della riforma Jobs Act. Il primo è l’apprendistato duale, una forma di contratto di lavoro attraverso cui un giovane può conseguire un titolo di studio (qualifica o diploma professionale o diploma secondario) sia frequentando un centro di formazione professionale che attivando un vero contratto di lavoro a cui è associata per legge una quota di formazione consistente, pari a 500 ore all’anno. L’altro strumento sono appunto gli ITS, una specializzazione professionale post diploma della durata di due anni gestita insieme da scuole, enti formativi e aziende.

Ecco perché è utile ricordare che oltre alle risorse stanziate per gli ITS, nel PNRR sono anche previsti 600 milioni proprio per l’apprendistato duale. Oggi abbiamo, nei percorsi di istruzione e formazione professionale in forma duale attivati dalle Regioni, circa 22mila giovani all’anno: percorsi che consentono di conseguire o una qualifica o un diploma professionale. Di questi 22mila giovani, circa la metà – 11 mila -, viene inserito, durante il percorso formativo triennale o quadriennale in azienda, mediante un contratto di apprendistato. Gli altri, invece, vanno nelle imprese con lo strumento degli stage. Il percorso di formazione duale mediante l’apprendistato si potrebbe anche fare a scuola, ma se negli anni scorsi erano poco più di 1.000 i ragazzi che sceglievano questa strada, oggi sono ridotti a poche decine, a causa del dimezzamento delle ore di alternanza scuola-lavoro operato dal primo Governo Conte.

Infine, oltre all’apprendistato di primo livello collegato al conseguimento di una qualifica o diploma professionale o diploma secondario, c’è anche l’apprendistato di alta formazione per le persone che essendo già in possesso di un diploma vogliono conseguire o una specializzazione tecnica o laurea breve: circa un migliaio l’anno. Si chiama apprendistato di terzo livello e può essere sviluppati negli ITS o nelle Università.

A fronte di questo quadro, i 600 milioni previsti nel PNRR rappresentano un’innovazione importante per tre ragioni. La prima, l’apprendistato di primo livello, è uno strumento – lo dice anche la legge del 2015 – per il contrasto alla dispersione scolastica. L’Italia ha ancora oggi il 13,5% dei giovani che abbandona il percorso di studi secondari senza conseguire un titolo. La seconda è che abbiamo una difficoltà di reperimento da parte delle aziende di figure professionali, in particolare nell’area tecnica, sul mercato del lavoro. Il 30% dei posti di lavoro disponibili – secondo l’indagine Excelsior di Unioncamere – rimangono vacanti perché mancano giovani o adulti con competenze professionali adeguate. Ciò va anche ad incidere sulla competitività delle aziende che non riescono a cogliere le opportunità del mercato. Con l’apprendistato duale, essendo il giovane già inserito in azienda, si determina, per più dell’80% dei casi, una stabilizzazione del posto di lavoro nella stessa azienda o in altre imprese. Il terzo ed ultimo motivo è che l’Italia ha un numero di Neet quasi doppio rispetto alla media europea: 23,7% contro il 12,5% della UE. Tanti giovani in una specie limbo, che né studiano, né lavorano. È evidente che questi due percorsi – apprendistato duale e ITS – potrebbero servire a svuotare questo limbo così ben popolato. Se si confrontano Italia e Germania si vede che i giovani italiani che conseguono un titolo di studio, in forma duale, sono il 7% mentre i tedeschi sono il 30%. Una differenza che, basta guardare i dati occupazionali dei due Paesi, incide in modo significativo sull’inserimento al lavoro dei giovani.

Questi 600 milioni di fatto rappresentano per i prossimi 5 anni un raddoppio dell’attuale finanziamento del sistema dell’apprendimento duale che si aggira intorno a circa 140 milioni all’anno. Vorrebbe dire che, fino al 2026, noi potremmo avere più di 40 mila giovani in formazione duale invece degli attuali 22 mila; e anziché 11mila apprendisti in formazione duale, ne potremmo avere più di 20 mila ogni anno. Un intervento significativo. Considerando che ogni generazione ha più o meno 450mila giovani, il 30% sono 120/140 mila giovani all’anno in formazione duale. Pur sommando anche i giovani impegnati negli ITS e nell’apprendistato di terzo livello, siamo ancora ben lontani da quel 30% dei giovani tedeschi.

È quindi una buona notizia quella di questo stanziamento inserito nella seconda versione del PNRR ma che non basta. Sarebbe auspicabile che, nella terza e ultima versione, che si dovrebbe fare dopo il confronto con le parti sociali e l’approvazione da parte del Parlamento, queste misure vengano ulteriormente rafforzate. In particolare, c’è anche un’altra area che potrebbe essere particolarmente importante, che non riguarda principalmente gli adulti. Si calcola infatti che, nei prossimi dieci anni, avremo bisogno circa di due milioni di figure professionali nel welfare sociosanitario. Fino ad oggi questa domanda è stata in parte soddisfatta i con il cosiddetto “welfare delle badanti”. Un’area, che potrebbe essere fortemente incentivata grazie ad un uso efficace di parte delle risorse del reddito di cittadinanza, che non avendo previsto alcun intervento di natura formativa e inserimento lavorativo effettivo, non ha generato alcun effetto significativo dal punto di vista occupazionale.

La speranza è, infine, che nella terza versione del PNRR, le esperienze e le capacità di molte reti associative, cooperative e formative del terzo settore siano effettivamente valorizzate, cosa che nella versione attuale non è particolarmente evidente. Questo potrebbe avvenire grazie a due strumenti. Il primo è il servizio civile universale, che si potrebbe potenziare anche come forma di acquisizione di competenze, come prevede la riforma del Terzo settore. In secondo luogo, è necessario dar vita ad unico fondo strategico dedicato all’investimento nelle imprese sociali che sono oggi lo strumento principe dell’inserimento nel mondo del lavoro delle persone con maggiori disagio e difficoltà, le stesse cui si rivolge il reddito di cittadinanza.

Un’ultima nota. In Italia è infine necessario un intervento di tipo normativo. L’Europa questi soldi li sottopone ad una condizione: le riforme. In Italia abbiamo oggi tre diversi apprendistati. Ma quello più importante in termini di numeri – il cosiddetto apprendistato professionalizzante – porta un nome a cui non corrisponde più una realtà. Per questo apprendistato – cosiddetto di secondo livello – sono previste al massimo 120 ore di formazione, per cui la natura formativa di quel contratto è fortemente edulcorata. Lì però ci sono ogni anno circa 370mila giovani, perché si tratta di contratti fortemente incentivati e quindi  maggiormente convenienti per i datori di lavoro. L’Europa ritiene invece apprendistato solo quelli di primo o terzo livello, cioè quelli che hanno come finalità il conseguimento di un titolo di studio in forma duale. È necessario quindi mettere mano alla norma per far diventare questi percorsi il vero “apprendistato formativo”. 

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