Il piano dell’economia sociale, il paradigma di sviluppo che tocca il sistema del paese

Impegni di governo, opportunità del Terzo settore. La visione: è l’economia ad avere un attributo sociale, non il sociale ad avere un attributo economico

[di Mario Calderini*, pubblicato su «Corriere della Sera» di mercoledì 8 luglio 2026]

Con un’informativa al Consiglio dei ministri, il Governo prende in carico formalmente il Piano di Azione per l’Economia sociale; un ulteriore passo, importante anche se non ancora conclusivo, di un lungo e faticoso percorso di costruzione tecnica e consultazione. Nonostante l’informativa rappresenti un atto politico meno forte del decreto che molti attendevano, il recepimento del Piano rappresenta un passaggio significativo, da interpretare con spirito costruttivo. Il Piano non è un articolato normativo ma un documento programmatico, che traccia un solco politico e sancisce l’iscrizione dell’economia sociale tra i possibili paradigmi di sviluppo del Paese. Ciò che questo rappresenterà realmente e concretamente dipende, tra molte altre cose, anche dal modo in cui le forze dell’economia sociale interpreteranno la sfida e coglieranno l’opportunità. È evidente che esiste uno spazio di incompletezza e che moltissimo dipenderà dalle risorse finanziarie e dallo spirito riformatore che accompagneranno il Piano. Il punto è esattamente che cosa si voglia fare di questa incompletezza, se si voglia compiacersene o se si voglia interpretare come opportunità. Da questo punto di vista, il Piano offre una perimetrazione e una rappresentazione unitaria dell’eco sistema che costituiscono l’ imprescindibile antecedente di qualunque azione attuativa.

Il Piano nasce da una cultura pluricentenaria di pensiero e azione e da una storia politica articolata che ha avuto come epicentro la Commissione Europea. È utile ricordarlo per comprenderne fino in fondo il codice genetico variegato e intriso di profondo pluralismo economico. Aspetto, quest’ultimo, cruciale per non indulgere nella tentazione di confinare il Piano nel singolo perimetro del Terzo settore o del profit cosiddetto responsabile. Dalla risoluzione del Parlamento Europeo del 2009, nota come Relazione Toia, alla Social Business Initiative del 2011, fino al riconoscimento nella Strategia Industriale Europea e la traduzione nel Social Economy Action Plan del 2021 e quindi nella raccomandazione del Consiglio Europeo del 2023, l’idea di Economia sociale si è incarnata in diverse anime dell’azione politica, che si iscrivono in uno spettro che va dalle politiche industriali alle politiche sociali. Tengono insie me questo ampio spettro di visioni la centralità delle caratteristiche riconosciute agli attori protagonisti dell’economia sociale – primazia della persona, non lucratività e governance partecipativa – e il protagonismo del mercato come mezzo per il perseguimento dei fini sociali. Riconosciuta senza ambiguità la centralità delle forme organizzative che rispondono a queste caratteristiche, va altresì accolta l’idea che l’economia sociale debba abbracciare il sistema economico nella sua interezza e complessità.

Perché ciò avvenga, è importante definire alcuni punti fermi. In primo luogo, l’economia sociale non è un settore, ma un sistema operativo comune a molti settori. In secondo luogo, nell’espressione economia sociale l’ordine dei termini conta: è l’economia ad avere un attributo sociale, non il sociale ad avere un attributo economico. Perché la promessa insita nell’espressione si realizzi pienamente, si devono affrontare due questioni: la strutturazione e la crescita di un mercato compatibile con il nuovo paradigma e il rafforzamento finanziario, tecnologico e delle competenze delle organizzazioni dell’economia sociale. L’evoluzione del mercato passa attraverso una serie di interventi riconducibili a due famiglie di azioni. La prima è la definizione di veri piani industriali di settore. Difficilmente l’economia sociale potrà concretizzare le proprie promesse senza un piano organico per la casa, senza piani per i diversi settori dell’assistenza e della cura o senza un piano per lo sport, solo per fare qualche esempio. La seconda è che il procurement, pubblico e privato, sia profondamente innovato per dare respiro strategico e margini di investimento alle organizzazioni dell’economia sociale. D’altra parte, il rafforzamento dei soggetti che compongono l’ecosistema richiederà l’estensione all’economia sociale e la specializzazione di interventi già tradizionalmente nel repertorio delle politiche industriali: incentivi fiscali agli investimenti e alle imprese, politiche di trasferimento tecnologico ad hoc, interpretazioni estensive delle norme sugli aiuti di stato, formazione, utilizzo dedicato dei fondi strutturali. Un’agenda programmatica fittissima, da tradurre costruttivamente e rapidamente in agenda attuativa.

*Politecnico di Milano

[fonte immagine: https://www.socialeconomy.eu.org]

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