“Investire sulle competenze come fattore di innovazione sociale”. Intervento del segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli, alla cerimonia del Premio Volontari@Work

“Concentro il mio intervento su un aspetto fondamentale della realtà del lavoro in Italia, quello del fabbisogno di professionalità e competenze. Fabbisogno che riguarda il mondo dell’impresa ma anche il Terzo Settore. 

Comincio da ciò che sta caratterizzando il mercato del lavoro nel settore imprenditoriale: il fenomeno del mismatch tra domanda e offerta, cioè la difficoltà delle imprese di trovare collaboratori. Era un fenomeno già presente da tempo e che rilevavamo attraverso le nostre analisi sulle previsioni occupazionali delle imprese. Prima del Covid le difficoltà riguardavano un lavoratore su quattro. Dopo il Covid, però, il mismatch è notevolmente cresciuto, fino ad arrivare al 47-48% delle posizioni che le imprese volevano coprire e, in alcuni casi, a superare anche di molto il 50%. In pratica, in un caso su due, l’impresa non trova o tarda a trovare le persone che vorrebbe assumere. 

Ciò è avvenuto per una concomitanza di fattori. 

In primo luogo, il Covid ha accelerato l’adozione delle tecnologie digitali da parte delle imprese. Pensate solo allo smart working, al nuovo rapporto delle imprese con i clienti da remoto. E’ stata una grande prova per il sistema produttivo, che si è visto costretto a mettere in campo rapidamente strumenti (e investimenti) di cui prima sentiva meno l’esigenza e l’urgenza. La rapida innovazione tecnologica ha fatto salire molto la richiesta di personale con competenze digitali, sempre più preziose ma anche non facili da reperire. E ciò perché mentre si alzava la domanda da parte delle imprese, si verificava “sul campo” la limitatezza dell’offerta. Questo è il secondo fattore che spiega il mismatch. Molti processi formativi, infatti, sono stati scelti senza tener conto dell’evoluzione del mercato del lavoro. 

In base alle nostre stime, nei prossimi anni per alcune professioni il numero dei laureati in uscita dall’università non sarà sufficiente a coprire la domanda. Un primo gruppo di lauree che non saranno coperte dall’offerta saranno le STEM. Potrebbero mancare fino a 18mila laureati Stem ogni anno, soprattutto con una formazione ingegneristica e in scienze matematiche, fisiche e informatiche. 

Su questo aspetto, sottolineo che il differenziale di genere maggiore nelle facoltà universitarie si incontra proprio nelle lauree STEM, dove le ragazze sono ancora pochissime. È un aspetto rilevante perché una delle chiavi del futuro del mercato del lavoro italiano è la partecipazione più ampia delle donne a tutti i livelli.

Un secondo gruppo di lauree di cui sarà carente l’offerta è quello delle professioni mediche o comunque legate alla sanità. In questo ambito la carenza di offerta si attesterebbe a 7-8mila laureati ogni anno. Ciò riguarda molto anche il terzo settore, in particolare le imprese sociali che operano nell’assistenza sanitaria, nell’assistenza sociale, nell’assistenza residenziale. 

Terzo fattore alla base del gap tra domanda e offerta di lavoro è la demografia. Gran parte della difficoltà di reperimento segnalata dalle imprese riguarda proprio la crescente carenza numerica di candidati. A ciò si aggiunga il fenomeno dei molti giovani, spesso laureati, che vanno all’estero. 

In sintesi: cresce l’innovazione, cresce la richiesta di competenze specialistiche ma mancano le persone e mancano le competenze. E non solo in materia di digitale, ma anche di sostenibilità. Negli ultimi anni, sono nati molti mestieri legati al green. Ma allo stesso tempo, anche ai mestieri tradizionali sono richieste ulteriori capacità, ad esempio legate all’utilizzo di nuove tecnologie e materiali a minor impatto ambientale. 

L’altro tema che vorrei sottolineare riguarda un fenomeno recente e crescente, che vede il coinvolgimento delle imprese profit nel mondo non profit. Mi riferisco al volontariato, ma soprattutto il volontariato di competenze che attualmente viene reso possibile da diverse imprese private. Quest’ultimo strumento consente di far crescere le competenze professionali negli enti del Terzo Settore grazie all’apporto volontario di lavoratori di aziende profit e delle loro professionalità. 

Dalla nostra rilevazione emerge che sono circa 75-76 mila le imprese che incentivano il volontariato in orario di lavoro, 10.000 in più della rilevazione dell’anno precedente. Le attività consentite sono di diverso tipo: dal supporto alla Caritas alla raccolta di sangue. Cosa spinge le aziende a promuovere queste iniziative? Oltre alla motivazione etica, le imprese puntano a migliorare la propria reputazione, ad attrarre e trattenere giovani talenti sensibili al tema della responsabilità sociale delle imprese, ad ottenere una migliore valutazione da parte degli investitori. E’ una strategia che lentamente sta crescendo nel sistema produttivo, tanto che stimiamo vi sia un potenziale inespresso che potrebbe interessare complessivamente circa un quarto delle imprese italiane.

Tra le 75mila imprese che incentivano il volontariato, circa 3mila, qualche centinaio in più del 2024, hanno realizzato iniziative di volontariato di competenze. Il volontariato di competenza è diffuso soprattutto tra le imprese dei servizi e, tra queste, dai servizi avanzati.

E su questo faccio due sottolineature su alcune aree di competenza su cui l’azione di supporto potrebbe essere di forte aiuto al terzo settore. 

La prima riguarda il fatto che esiste una difficoltà abbastanza diffusa nelle realtà del Terzo Settore sul fronte della programmazione finanziaria e dell’elaborazione dei business plan. Ecco, nell’area economico-finanziaria le imprese possono realmente dare un grande aiuto agli enti del terzo settore, affiancando queste strutture con professionalità esperte.

L’altro aspetto è legato invece all’intelligenza artificiale. Siamo tutti consapevoli che questa tecnologia sta rapidamente entrando nella vita di tutti i giorni e nell’operato delle imprese. 

Al momento in Italia la IA è utilizzata ancora da una contenuta percentuale di imprese (intorno al 15%) ma il suo utilizzo, nella gestione clienti, nel marketing, promozione digitale ed e-commerce e nella progettazione e ricerca e sviluppo, è accompagnato da forti aspettative: il 43% delle imprese che interpelliamo si aspetta che questa tecnologia avrà un impatto elevato sul miglioramento dell’efficienza del personale, affiancandolo nei compiti gestionali interni; il 26% confida che acceleri i processi di upskilling/reskilling delle risorse umane interne, il 25% spera che l’Intelligenza artificiale contribuisca ad un incremento della produttività.

Anche questa è una risorsa che sarà utile in maniera crescente al Terzo Settore, certo non per alcune funzioni specifiche (penso ad esempio alle attività di cura) ma per rendere più efficienti molte gestioni amministrative.”

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