Dal Consiglio dei ministri via libera al documento che fissa una linea per il comparto Modelli economici e modelli non economici le macroaree che formano l’ecosistema
[di Gabriele Sepio, pubblicato su «Il Sole 24 Ore» di venerdì 3 luglio 2026, pag.27]
Con l’informativa portata ieri all’attenzione del Consiglio dei ministri, l’Italia dà avvio, in modo formale, al percorso sull’economia sociale. La scelta dell’informativa rappresenta la strada naturale per un Piano che è un documento programmatico e non un articolato normativo: si sostanzia in una serie di indicazioni che saranno man mano suscettibili di attuazione attraverso i veicoli legislativi ordinari.
Il passaggio segna comunque un cambio di paradigma nel modo in cui il sistema economico italiano guarda a questo comparto: non più una costellazione di soggetti da trattare caso per caso, in deroga alle regole del mercato, ma un ecosistema riconosciuto come tale, con una logica di funzionamento e un peso macroeconomico difficile da ignorare. Il Paese si dota così, per la prima volta, di una strategia organica per un settore sempre più rilevante nel sistema economico e sociale, frutto del lavoro portato avanti negli ultimi due anni, anche tramite la consultazione pubblica del Piano, dal ministero dell’Economia e delle finanze — sotto la guida del sottosegretario Mef Lucia Albano, con il vice ministro Maurizio Leo e, per il ministero del Lavoro, la vice ministra Maria Teresa Bellucci.
Il percorso conclude un cammino avviato sulla scia delle iniziative dell’Ue, a partire dal 2021 con l’Action Plan for the Social Economy, e rafforzato dalla Raccomandazione del Consiglio Ue del 2023, e apre ora la fase più complessa, l’attuazione, nella quale le indicazioni programmatiche dovranno tradursi in misure normative, scelte amministrative e politiche pubbliche capaci di incidere sulla crescita del settore.
L’elemento più significativo del documento è la perimetrazione dei soggetti dell’economia sociale italiana. Il Piano riconduce in un ecosistema cooperative, società di mutuo soccorso, Ets, imprese sociali, enti sportivi dilettantistici, enti religiosi civilmente riconosciuti, col sostegno di fondazioni d’origine bancaria e credito cooperativo, accomunati da principi ripresi dalla definizione elaborata a livello europeo: il primato delle persone e delle finalità sociali rispetto al profitto, il reinvestimento prevalente degli utili nelle attività istituzionali, modelli di governance democratici o partecipativi.
Rispetto a chi opera sul mercato, i soggetti dell’economia sociale formano un ecosistema vasto, distinguibile in due macroaree: da un lato i modelli economici, come cooperative, imprese sociali e società sportive dilettantistiche; dall’altro i modelli non economici, come associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato ed enti filantropici. Un ecosistema complesso che richiede un filo conduttore capace di distinguere e valorizzare i modelli organizzativi e orientare le politiche verso realtà che non agiscono secondo una logica d’impresa, ma con l’obiettivo di valorizzare attività di interesse generale o collettivo.
Gratuità e mutualità restano gli elementi attorno a cui ruota anche la nuova fiscalità del Terzo settore e colgono il senso di modelli che avranno bisogno di una dotazione di strumenti dedicati per operare.
Le dimensioni del fenomeno aiutano a capire la portata della scelta. Un obiettivo del Piano è avviare, insieme a Istat e agli istituti di ricerca, un’analisi sui soggetti che agiscono nel perimetro dell’economia sociale, senza confonderli con una semplicistica sovrapposizione con gli enti non profit.
Secondo le stime del Piano, l’economia sociale italiana coinvolge quasi 400mila organizzazioni, oltre un milione e mezzo di lavoratori e più di quattro milioni e mezzo di volontari: numeri di un comparto tutt’altro che marginale, che rappresenta un valore non indifferente negli schemi economici dei Paesi Ue e sostiene segmenti della nostra economia e del nostro welfare sempre più rilevanti.
Partendo da questo presupposto, il Piano non si limita a fotografare l’esistente, ma individua un’agenda di sviluppo che ruota, in larga parte, attorno alle risorse e alla loro valorizzazione: dotare l’economia sociale di strumenti — fiscali, finanziari e regolatori — capaci di darle forza, senza snaturarne le caratteristiche.
Tre i fronti su cui il documento si sofferma: fiscalità, finanza e aiuti di Stato, terreni su cui si giocherà buona parte della capacità del Piano di tradursi in crescita del comparto.
Alcune misure hanno già trovato attuazione, come l’istituzione presso il Mef di un Comitato consultivo di esperti previsto dalla legge di Bilancio 2026. Ma la sfida resta trasformare la strategia in politiche concrete, capaci di favorire organizzazioni che, pur operando in forme diverse, coniugano attività economica e interesse generale.
[grafica da «Il Sole 24» Ore di venerdì 3 luglio 2026, pag.27