[di Maria Carla De Cesari e Gabriele Sepio, pubblicato in «Il Sole 24 Ore» di Lunedì 31 Agosto 2026 pag. 10]
Il Terzo settore come leva dell’economia e motore dell’economia sociale, che nel mercato sviluppa – continuamente – articolate strategie per rispondere ai bisogni delle comunità e delle persone. Spiega Luigi Bobba, presidente della Fondazione Terzjus, centro studi sul Terzo settore: «I numeri del XXV rapporto Inps, a cui abbiamo collaborato, smentiscono la narrazione del non profit come area di impiego di riserva: 855.887 lavoratori nel 2025, in crescita del 4,3% sull’anno precedente e del 25,3% rispetto al 2019, per 173mila posizioni in più in poco più di un quinquennio».
L’Inps ha incrociato le comunicazioni Uniemens e le informazioni del Registro unico nazionale del Terzo settore – il database pubblico e trasparente istituito con la riforma del 2016-2017 (decreti legislativi 112 e 117 del 2017): gli enti iscritti alla fine dell’anno scorso erano 140.273 (i numeri sono in crescita e al 15 agosto 2026 si contano 151.731 enti), di cui 21.703 imprese sociali.
Nel complesso, le realtà datrici di lavoro con almeno un contributo versato nell’anno, al 31 dicembre 2025 erano 29.537. «Dentro questo perimetro – rileva Bobba – merita attenzione il dato occupazionale, che mostra il Terzo settore articolato in due modelli: da un lato, quello associativo e volontaristico; dall’altro, quello imprenditoriale sociale. Sebbene le imprese sociali siano poco più del 15% degli enti iscritti, esse concentrano l’80% dell’occupazione complessiva». Gli under 34 rappresentano ormai quasi un occupato su tre, anche con il ricorso a forme flessibili.
Una parte del Terzo settore vive – come detto – di volontariato. Il rapporto Istat sul volontariato, pubblicato a luglio 2025, racconta una trasformazione più articolata del semplice “declino” come impropriamente viene illustrato attraverso una lettura asettica dei dati: il volontariato organizzato coinvolge il 6,2% di persone che hanno più di 15 anni, con un calo di 1,7 punti in dieci anni, circa un milione di persone in meno. Ma il vero cambiamento è nel profilo.
A diminuire di più sono gli adulti tra i 45 e i 64 anni, un tempo la fascia più attiva, mentre crescono gli over 64: oggi sono i pensionati, non più occupati e studenti, a trainare il fenomeno. Tra i 15-24enni il calo c’è (dal 7,5% al 5,3%) ma è tra i più contenuti di tutte le fasce d’età. Si riducono intanto le differenze per genere, titolo di studio e reddito: il volontariato è trasversale e sfugge decisamente alle classiche variabili socio-demografiche.
L’Istat suggerisce anche una chiave di lettura: parte della riduzione potrebbe riflettere uno spostamento verso nuove forme di interazione sociale. Nel 2024 chi esprime online opinioni su temi sociali e politici è soprattutto giovane, il 35% dei 18-24enni, contro l’11% degli over 75, con un gradiente che scende costantemente con l’età.
«È il fenomeno – sottolinea Bobba – che in uno studio di Terzjus viene analizzato come “netattivismo”: impegno civico che passa dal web, tra campagne, raccolte fondi online e mobilitazione sui social, spesso attivato dalla fiducia verso gli enti del Terzo settore. Il digitale non sostituisce l’impegno tradizionale, lo affianca: chi è già attivo in un’associazione lo è spesso anche online. Una partecipazione giovanile più fluida, ma non meno reale».
Un quadro confermato anche dall’Osservatorio su giovani e futuro istituito da Engim, ente di formazione della congregazione Giuseppini del Murialdo. «Intervistiamo – racconta il direttore operativo, Marco Muzzarelli – 5/6mila giovani tra i 15 e i 18 anni, quelli che di solito rimangono in ombra rispetto alle ricerche, per sondare le loro aspettative. Rispetto al sociale emerge come l’impegno si estrinsechi soprattutto nel dibattito e nella partecipazione sui social. Lo sport, invece, coincide con un momento fisico di aggregazione. Infine il lavoro: se confrontiamo le risposte di oggi rispetto a 30 anni fa, è un fattore importante, in quanto è un modo per realizzare la propria personalità. Ma per i giovani non deve essere totalizzante, deve coesistere, come una tessera di un puzzle, con gli altri valori».
Economia sociale – il cui sviluppo è ora delineato con il Piano nazionale – e nuovo volontariato possono essere sintetizzati come due degli elementi che alimentano il cambiamento nel Terzo settore. Un cambiamento facilitato dalla riforma contenuta nel decreto legislativo 117 (e nel decreto 112, sull’impresa sociale). Il Dlgs 117 – costruito sul pilastro della trasparenza delle mission, delle azioni e della governance – ha contribuito a definire strumenti per aiutare le organizzazioni in un compito reso difficile dalle crescenti frammentazioni sociali e dalla crisi delle rappresentanze.
Basti pensare al riconoscimento del Terzo settore quale soggetto per attuare politiche di sussidiarietà, che si è concretizzato nella previsione dell’amministrazione condivisa, il dialogo degli enti con la pubblica amministrazione nella coprogettazione e coprogrammazione degli interventi.
Proprio qui si gioca la partita più importante. I modelli di sviluppo del Terzo settore e poi dell’economia sociale non sono più realtà artigianali ma organizzazioni complesse, che intrecciano, tra l’altro, salute, cultura e formazione, ricerca scientifica, sport, assistenza socio-sanitaria, inclusione sociale. Ambiti diversi che condividono lo stesso bisogno di managerialità capace di guidarli.
Servono infatti competenze manageriali, giuridiche ed economiche per trasformare l’energia civica dei giovani – online e offline – in una classe dirigente all’altezza. È in questa direzione che si muovono esperienze come quella dell’Università Pontificia Salesiana. A ottobre prenderà il via il quarto anno del corso di laurea dedicato al Terzo settore, all’economia sociale e alla cooperazione.
«La riforma del Terzo settore – commenta il rettore Andrea Bozzolo – non riguarda solo gli enti e le loro regole: apre uno spazio nuovo di responsabilità e di opportunità professionali per le giovani generazioni. C’è bisogno di persone capaci di coniugare competenza, visione e attenzione al bene comune. Per l’Università Pontificia Salesiana accompagnare questi cambiamenti significa offrire strumenti per interpretarli e per trasformali in possibilità concrete di crescita umana e professionale». Anche gli enti religiosi, chiamati a confrontarsi con un quadro giuridico ed economico sempre più articolato, «hanno bisogno di competenze adeguate per custodire nel tempo – conclude Bozzolo – il valore, la sostenibilità e la missione delle proprie opere».
«Oggi il Terzo settore – spiega Francesco Langella, direttore Comunicazione e sviluppo dell’Università Salesiana – ha bisogno di professionalità capaci di tenere insieme diritto, fiscalità, amministrazione, management, sostenibilità, progettazione e valutazione dell’impatto sociale. Il curriculo è cresciuto e continua a svilupparsi attraverso un confronto costante con istituzioni, organizzazioni, mondo della cooperazione e professionisti».
Come dimostrato dai dati Inps, le imprese sociali, di cui fanno parte le cooperative sociali, costituiscono uno dei segmenti del Terzo settore a forte trazione occupazionale.
«La cooperazione si caratterizza per la valenza intergenerazionale. In particolare le coop sociali – spiega Massimo Ascari, presidente di Legacoopsociali – guardano con grande attenzione ai giovani e al ricambio generazionale. Vediamo nei giovani una grande passione, la voglia di coniugare competenza e valori. Le coop sociali sono imprese che per stare sul mercato devono innovare, saper leggere i nuovi bisogni, dialogare con la pubblica amministrazione con la coprogettazione e la coprogrammazione degli interventi».
Per questo servono nuovi saperi che vanno articolati sull’anima della cooperazione. «Le conoscenze e i saperi – afferma Ascari – vanno costruiti insieme, con la pazienza di far crescere le scelte anche all’interno delle organizzazioni, in un esercizio di democrazia. Sono un educatore e so che la competenza è frutto di un sapere fatto anche di esperienza e condivisione. Occorre, però, fare attenzione per non deludere: giovani chiedono coerenza nell’interlocutore. Bisogna mantenere gli impegni». Anche praticando l’inclusione verso le persone che hanno fragilità.
Dunque, nel Terzo settore e nell’economia sociale i giovani sono motori di sviluppo e di innovazione. D’altra parte, Terzo settore ed economia sociale portano con sé una promessa: quella della qualità della vita. Lo rimarca Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative: «Sui giovani – spiega – il Piano nazionale dell’economia sociale punta su competenze e formazione ma anche su qualità della vita e del lavoro nelle aree in difficoltà, per contrastare la fuga dei giovani da Mezzogiorno e aree interne. Il piano disegna un ecosistema unitario dell’economia sociale, di cui la cooperazione è componente storica.
Ora l’Europa deve autorizzare l’agevolazione fiscale sugli investimenti nel capitale delle imprese sociali, che può aprire un nuovo modello di sostegno finanziario per tutta l’economia sociale».