[di Massimiliano Castellani, pubblicato in «Avvenire» di Venerdì 10 Luglio 2026, pag.13]
IL FENOMENO
Che l’Italia sia il “Paese del volontariato” si sa, ed è ampiamente certificato dagli oltre 4,7 milioni di italiani che si adoperano per gli altri in qualità di volontari. Quello che ancora non sapevamo è che nell’incremento costante, dal 2019 al 2025, degli “attivisti” che hanno svolto solo attività di lavoro nel Terzo Settore (855mila, + 173.000) ci fosse anche quello relativo al comparto del settore sportivo dilettantistico. L’ultimo report di Fondazione Terzjus, in collaborazione con l’Inps, informa che al RASD (Registro Nazionale Attivtà Sportive Dilettantistiche) figurano registrati 113.043 enti che, per il 91%, sono associazioni sportive dilettantistiche e solo 10.163, quindi il 9%, si tratta di società sportive. «Il lavoro sportivo dilettantistico è presente in 21.010 enti che hanno occupato 115mila lavoratori, di cui 71mila (61,5%) si tratta di sportivi del settore dilettantistico», spiega Giulio Mattioni, coordinatore del dipartimento statistico e attuariale dell’Inps illustrando questa novità assoluta appena censita. «Tutto nasce da un’idea di Fondazione Terzjus: con il loro presidente Luigi Bobba abbiamo deciso di approfondire il tema delle associazioni e delle società sportive dilettantistiche. L’unica cosa che abbiamo rilevato in questo primo approccio è che, come in altri ambiti del Terzo Settore, il datore di lavoro del settore sportivo offre una piccola retribuzione o un rimborso al suo lavoratore che ovviamente è soggetto a contribuzione». Questo è solo l’inizio di una ricerca che in futuro potrebbe consentire di acquisire altri dati in materia. «Se l’andamento del settore sportivo dilettantistico sarà analogo a quello del Terzo Settore, c’è da aspettarsi anche lì ulteriori incrementi e situazioni interessanti, ma questo lo capiremo nei prossimi anni. Al momento un altro aspetto curioso è che mentre negli altri enti di Terzo Settore prevale il genere femminile, nel settore sportivo dilettantistico la quota maschile e quella dei giovani sotto i 30 anni la fa da padrone, mentre sappiamo che il Terzo Settore si regge su volontari e lavoratori che sono in età matura».
Nel dettaglio dalla tabella dei lavoratori del settore sportivo dilettantistico infatti emerge un 62% di uomini, di cui il 45% under 35 e l’età media maschi-le e femminile si attesta intorno ai 39 anni. « Prevalenza del Nord con oltre il 55% degli enti sportivi dilettantistici 27% nel centro e 17,9 al meridione. Il 53,3 % dei lavoratori sportivi è occupato nelle associazioni sportive dilettantistiche, mentre il 46,7% nelle società sportive dilettantistiche», conclude Mattioni che ricorda che «l’Inps da tempo ha aperto anche un Osservatorio sul settore dello sport professionistico, in cui ovviamente il calcio è preponderante. Un mondo trasparente quello del calcio professionistico? Certo, anche perché si tratta di questioni legate alle contribuzioni e quindi è esigenza primaria dello stesso professionista avere uno stato contributivo sempre in regola». Tornando all’area dello sport dilettantistico, il presidente di Terzjus Luigi Bobba ci tiene a sottolineare che «l’esigenza di fare un focus sul lavoro nello sport dilettantistico, è nata dalla constatazione che dei più di 140mila ETS, appena 3mila erano anche iscritti al RASD, dunque una esigua minoranza. Non di meno, il lavoro sportivo dilettantistico ha una sua consistenza rilevante (circa 115mila) e tra il 2024 e il 2025 ha registrato un incremento totale del 4,3%, ma in particolare crescono proprio le persone con un contratto tipico del settore dilettantistico (più 11,6%), mentre diminuiscono i lavoratori con altre tipologie di lavoro (-5,6%). Con la riforma del Terzo settore, è stata pienamente riconosciuta e regolata anche la dimensione imprenditoriale del Terzo settore. Le imprese sociali, oltre che in costante aumento, sono sempre più in grado di erogare servizi e di ricoprire quei ruoli che di solito competono all’attore pubblico. Oggi tre quarti dei servizi nell’area socio-assistenziale vengono garantiti dalle imprese sociali. Siamo però di fronte a un fenomeno estremamente positivo ma anche dai preoccupanti tratti di un “Giano bifronte”. Alla crescita quantitativa dei lavoratori delle imprese sociali va segnalata l’altra faccia della realtà che è quella che ci forniscono gli indicatori del sistema Exlcesior-Unicamere, da cui si evince che oltre la metà delle imprese sociali non trovano figure formate per l’area socioeducativa e socio- sanitaria. Mestieri di cura e di relazione fondamentali e che vedono da sempre il Terzo Settore in posizione rilevante, attualmente sono in sofferenza. Nel Registro nazionale delle attività sanitarie, per esempio, tra i soggetti che operano in convenzione con le ASL, non si distingue tra imprese profit e quelle non profit in quanto manca un riconoscimento della specificità delle imprese sociali».
Mancanza anche di un adeguato riconoscimento retributivo e di status sociale di queste professioni delicate, che operano nella cura del disagio e nel sostegno alle fragilità, sempre poco remunerate. È questo il campanello d’allarme suonato dal presidente di Terzjus Luigi Bobba che auspica una risoluzione di tali problematiche, «perché – conclude – il welfare del futuro avrà sempre più bisogno degli enti del Terzo Settore».