L’economia sociale entra ufficialmente tra le priorità strategiche del Paese. Con l’informativa data nel Consiglio dei ministri del 2 luglio, l’Italia compie un passo molto atteso, dotandosi per la prima volta di una strategia unitaria per lo sviluppo dell’economia sociale, destinata a orientare le politiche pubbliche dei prossimi anni.
L’iniziativa si inserisce nel percorso avviato dall’Unione europea con il Piano d’azione per l’economia sociale del 2021 e con la successiva Raccomandazione del Consiglio del 2023, che ha invitato gli Stati membri a costruire un contesto favorevole allo sviluppo di questo modello economico. L’Italia risponde con un Piano elaborato dal Ministero dell’economia e delle finanze, in collaborazione con il Ministero del lavoro e gli altri dicasteri coinvolti, al termine di un confronto durato oltre due anni e arricchito dalla consultazione pubblica del novembre 2025 che ha coinvolto istituzioni, organizzazioni di rappresentanza, università e operatori del settore.
«Con l’approvazione del Piano nazionale l’Italia compie una scelta di prospettiva», afferma la sottosegretaria all’Economia Lucia Albano che ha presieduto i lavori presso il MEF. «L’economia sociale non rappresenta un comparto separato rispetto al resto dell’economia, ma una delle sue espressioni più responsabili e resilienti. Rafforzarne le condizioni di sviluppo significa investire in un modello capace di generare crescita economica, occupazione e coesione sociale».
La novità più significativa del Piano consiste proprio nello sguardo unitario con cui vengono considerate organizzazioni che, fino a oggi, sono state disciplinate da normative differenti. Cooperative, enti del Terzo settore, imprese sociali, enti religiosi civilmente riconosciuti, fondazioni bancarie ed enti sportivi dilettantistici vengono ricondotti all’interno di un medesimo ecosistema, accomunato dalla prevalenza delle finalità sociali rispetto al profitto, dal reinvestimento degli utili nelle attività istituzionali e da modelli di governance improntati alla partecipazione e alla responsabilità.
Si tratta di un settore tutt’altro che marginale. L’economia sociale italiana raccoglie quasi 400 mila organizzazioni, occupa oltre un milione e mezzo di lavoratori e mobilita più di quattro milioni e mezzo di volontari. Una presenza capillare che contribuisce ogni giorno alla cura delle persone, alla produzione di servizi di interesse generale, allo sviluppo delle comunità locali e alla costruzione di relazioni sociali, affiancando e spesso integrando l’azione delle istituzioni pubbliche.
Il Piano ha una valenza programmatica, individuando le priorità sulle quali costruire, nei prossimi anni, le politiche dedicate all’economia sociale. Tra queste assumono particolare rilievo il rafforzamento dell’amministrazione condivisa, la diffusione del social procurement quale leva per orientare gli acquisti pubblici verso obiettivi sociali, lo sviluppo della finanza sociale, il miglioramento dell’accesso al credito, la promozione dell’innovazione e della doppia transizione digitale ed ecologica, ma anche una perimetrazione delle misure fiscali e della normativa sugli aiuti di Stato che sappia valorizzare le peculiarità dell’economia sociale.
«L’approvazione del Piano segna il completamento di un percorso iniziato con la riforma del Terzo settore e proseguito con il confronto con la Commissione europea culminato nella comfort letter del marzo 2025» osserva Gabriele Sepio, coordinatore tecnico del tavolo di lavoro. «Con il Piano sull’economia sociale si fa un ulteriore salto di qualità, perché per la prima volta l’ordinamento dispone di una strategia capace di mettere in relazione organizzazioni molto diverse fra loro ma accomunate dalla centralità della persona umana e dalla prevalenza del bene comune sul profitto. Adesso la sfida sarà dare continuità all’attuazione, trasformando gli indirizzi del Piano in interventi normativi e amministrativi concreti».
A tal fine, è prevista l’istituzione di una governance stabile affidata al Ministero dell’economia e delle finanze, che sarà chiamato a promuovere l’attuazione delle diverse azioni insieme alle altre amministrazioni competenti e al comitato di coordinamento che unirà esperti, organizzazioni di rappresentanza ed enti di ricerca.
Per Luigi Bobba, presidente di Terzjus, «con questo Piano si valorizza la funzione sussidiaria assolta giornalmente da cooperative, enti del Terzo settore, associazioni e fondazioni, enti religiosi e società sportive dilettantistiche, capaci di rispondere ai bisogni collettivi generando partecipazione e fiducia. Mettere questa esperienza al centro di una strategia nazionale significa riconoscere il ruolo dei corpi intermedi come protagonisti della crescita civile ed economica del Paese».
L’approvazione del Piano segna dunque l’inizio di una nuova stagione più che il suo traguardo, considerato l’orizzonte temporale decennale del Piano. La direzione, tuttavia, appare ormai definita: riconoscere l’economia sociale non come un insieme di eccezioni rispetto al mercato, ma come una delle sue componenti più vitali, capace di coniugare valore economico, solidarietà e coesione sociale.