Le sfide del Piano per l’economia sociale

[di Luigi Bobba, pubblicato in «Avvenire» di mercoledì 9 settembre 2026, pag. 2]

Nello stesso quadro, il Piano va tutto attraverso il coinvolgimento dei giovani e il riconoscimento delle competenze acquisite. Anche la spesa pubblica viene chiamata a svolgere un ruolo diverso. Social procurement, clausole sociali, affidamenti riservati e partenariati pubblico-privati vengono indicati come strumenti per orientare gli acquisti della PA anche alla generazione di valore sociale e ambientale. «Il Piano – osserva Gabriele Sepio, segretario generale di Fondazione Terzjus – segna il passaggio da interventi rivolti a singole categorie di enti a una vera politica nazionale per l’ES. È un risultato che deve molto al lavoro svolto dal Sottosegretario all’Economia Lucia Albano, che ha accompagnato il percorso mettendo attorno allo stesso tavolo istituzioni, organizzazioni rappresentative e mondo della ricerca. Adesso la sfida è dare continuità a questo metodo e trasformare gli indirizzi del Piano in misure concrete».

Ma per costruire politiche efficaci occorre innanzitutto sapere a chi sono rivolte. Ed è qui che arrivano i primi dati sul nuovo perimetro. Una elaborazione realizzata da Fondazione Terzjus con le Camere di commercio di Piemonte e Valle d’Aosta, incrociando Runts, Registro delle imprese, Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche, Albo delle cooperative e archivio statistico Asia di Istat, individua un primo “zoccolo duro” composto da quasi 304mila organizzazioni e oltre 1,47milioni di dipendenti di cui più dell’85% nelle imprese cooperative, a conferma che gli occupati sono in gran parte concentrati nella componente imprenditoriale. La realtà più numerosa è quella associativa: quasi 209mila enti, pari a circa il 70% del totale.

Seguono cooperative e loro consorzi, con più di 77.000 soggetti, quindi le società di capitali e poi fondazioni, enti religiosi e altre forme organizzative. La fotografia resta, tuttavia, ancora in movimento. Restano infatti da approfondire le caratteristiche di oltre 24mila posizioni presenti nel Registro delle imprese o nel REA e, soprattutto, quasi 114mila organizzazioni individuate esclusivamente nell’archivio Istat Asia, attive prevalentemente nella cultura, nello sport, nell’istruzione, nella sanità, nell’assistenza sociale e nell’ambiente. È proprio qui che il Piano può segnare un cambio di passo. La costruzione di una mappa attendibile dell’ES non è un esercizio statistico, ma il presupposto per orientare in modo più consapevole risorse pubbliche, credito, formazione e partenariati. A tal fine, Fondazione Terzjus avvierà nei prossimi mesi, in partnership con Confcooperative, Legacoop, Federcasse e Cassa Depositi e Prestiti, un Osservatorio dell’Economia sociale, in modo da completare la mappa dei soggetti dell’ES, monitorarne le caratteristiche specifiche e individuare i bisogni emergenti. L’economia sociale, del resto, non nasce con il Piano. Il compito della politica è fare in modo che questa capacità diffusa di produrre lavoro, servizi, partecipazione e fiducia non resti dispersa o invisibile. Se il Piano riuscirà in questo passaggio, non avremo soltanto definito un perimetro: avremo riconosciuto una delle leve per affrontare le trasformazioni sociali e territoriali che attendono il Paese.

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