Nasce l’agenda per lo sviluppo dell’economia sociale

[di Maria Carla De Cesari e Gabriele Sepio, pubblicato in «Il Sole 24 Ore» del 14 giugno 2026]

L’approvazione del documento programmatico fissata questa settimana. Uno statuto e un manifesto programmatico affidato a una cabina di regia presso il ministero dell’Economia in coordinamento con i ministeri competenti: per la prima volta un universo costituito da quasi 400mila organizzazioni, oltre un milione e mezzo di lavoratori e 4 milioni e mezzo di volontari troveranno identità e progetti racchiusi nel Piano dell’economia sociale.

Si tratta di una “magna carta” che l’Europa ha voluto venisse declinata da ogni Paese, per mettere al centro quella parte dell’economia che agisce sul mercato per rispondere alle esigenze delle comunità, dei territori e delle persone attraverso modalità mutualistiche.

Il Governo si appresta a varare, probabilmente nella settimana che si apre, il Piano dell’economia sociale, frutto del lavoro e dell’impregno del sottosegretario Lucia Albano cui è stata affidata la delega all’economia sociale e del vice ministro Maurizio Leo, in collaborazione con il vice ministro del Lavoro, Maria Teresa Bellucci.

Il piano è il frutto di un processo democratico e di un vasto coinvolgimento delle organizzazioni: la prima versione, lo scorso autunno, è stata oggetto di una consultazione pubblica che ha raccolto un centinaio di contributi.

Qual è l’obiettivo della Ue e, a cascata, del Piano nazionale? Dare espressione e collegare tutte le realtà – dal Terzo settore alla cooperazione, dagli enti religiosi al mondo dello sport dilettantistico – per dare risposte alle fragilità e ai bisogni.

Questi ultimi, infatti, non corrispondono più a logiche collegate solo al disagio economico o alla perifericità sociale cui si poteva far fronte magari con logiche di assistenza o di supporto. Oggi occorre un’altra grammatica e un’altra progettualità, per esempio per definire progetti educativi per i giovani o per portare servizi alle persone nelle piccole comunità dell’Italia interna.

La Ue ha dato il mandato agli Stati con una raccomandazione del Consiglio il 27 novembre 2023. Da lì ha preso le mosse il Piano italiano. Con l’adozione del Piano il nostro ordinamento – come si diceva – si dota di una strategia organica dedicata all’insieme dei soggetti che, secondo la definizione elaborata a livello unionale, operano ponendo al centro della propria azione la persona, perseguendo l’interesse generale o mutualistico e reinvestendo in via prevalente gli utili nello sviluppo delle attività, adottando modelli di governance partecipativi o democratici.

Il Piano assume, in primo luogo, un significato culturale. Il settore genericamente definito non-profit non viene più declinato solo attraverso le singole normative che regolano il Terzo settore, la cooperazione, lo sport dilettantistico e gli enti religiosi. Con la definizione di economia sociale viene, invece, riconosciuto un ecosistema unitario che, pur rispettando le specificità delle realtà che lo compongono, individua un perimetro che sarà determinante per favorire lo sviluppo di politiche pubbliche ad hoc.

La cooperazione emerge come uno dei principali pilastri della nuova impostazione. Se il Terzo settore ha trovato, a partire dal 2016, una propria sistemazione normativa attraverso il Codice dedicato e il decreto sull’impresa sociale, altre componenti dell’economia sociale non avevano beneficiato di recente di una analoga ricomposizione sistematica.

Ora invece le cooperative trovano collocazione all’interno di uno specifico perimetro, che valorizza i modelli organizzativi di natura imprenditoriale che operano sul mercato ma secondo una logica mutualistica.

In questa prospettiva, il documento non si limita a fotografare l’esistente, ma individua una agenda di sviluppo con una pluralità di azioni. Le priorità di policy riguardano, fra l’altro, la creazione di una governance nazionale dedicata, il rafforzamento dell’accesso al credito e alla finanza sociale, l’evoluzione della disciplina sugli aiuti di Stato, il consolidamento degli strumenti di amministrazione condivisa, la promozione del social procurement, lo sviluppo del patrimonio immobiliare pubblico e privato.

Particolarmente significativa è inoltre la scelta di dedicare ampio spazio alla fiscalità degli enti dell’economia sociale. Il Piano valorizza un principio che negli ultimi anni ha trovato conferma tanto nella giurisprudenza europea in tema di fiscalità della cooperazione quanto nella comfort letter della Commissione europea sul regime fiscale del Terzo settore e dell’impresa sociale: la detassazione degli utili destinati a patrimonio indivisibile non rappresenta una deroga agevolativa, ma la conseguenza sistematica della loro indisponibilità in capo ai soci o agli associati.

La metodologia di attuazione del Piano è quella dei “piccoli passi”, considerato il suo orizzonte decennale e la previsione di una revisione intermedia dopo i primi cinque anni. Molte delle misure individuate richiederanno interventi normativi e di prassi amministrativa, risorse finanziarie, oltre che un costante coordinamento tra le diverse amministrazioni centrali competenti, gli enti territoriali e le organizzazioni rappresentative.

In questo quadro, però, alcune prime misure hanno già trovato attuazione. Lo stesso Piano, nella sua ultima bozza, evidenzia – da un lato – che la legge di Bilancio 2026 ha previsto l’istituzione presso il ministero dell’Economia di un Comitato consultivo di esperti dedicato all’economia sociale, destinato a svolgere funzioni di supporto tecnico e coordinamento delle future politiche pubbliche.

Dall’altro, va ricordato che il legislatore è intervenuto per semplificare e coordinare il regime Iva applicabile a enti del Terzo settore, imprese sociali e cooperative sociali.

A queste misure si aggiunge ora il tassello dell’Irap, alla luce del decreto correttivo della riforma fiscale approvato dal Consiglio dei ministri del 10 giugno, destinato a introdurre nel Codice del Terzo settore una clausola di salvaguardia che neutralizza il rischio di un incremento dell’Irap a fronte del passaggio al nuovo regime fiscale del Terzo settore, in linea con quanto indicato dal Piano.

TUTTI I DIRITTI RISERVATI. È vietato qualsiasi utilizzo, totale o parziale, del presente documento per scopi commerciali, senza previa autorizzazione scritta di Terzjus.
Torna in alto

Ricevi aggiornamenti,
news e approfondimenti sulle attività di Terzjus