[di Ilaria Ioannone e Gabriele Sepio, pubblicato in «Il Sole 24 Ore» del 1 agosto 2026, pag. 18]
Bilanci degli enti del Terzo settore (Ets) sempre più decisivi per misurare non solo l’andamento della gestione, ma anche la tenuta della qualifica civilistica e fiscale. Per questo il volume pubblicato dal Consiglio e dalla Fondazione nazionale dei commercialisti si inserisce in un percorso più ampio di accompagnamento degli enti e dei professionisti nella fase di piena attuazione della riforma. Il documento non si limita, infatti, a ricostruire le regole contabili, ma orienta le scelte tra i diversi modelli di rendicontazione in funzione delle dimensioni dell’ente, delle attività svolte e dell’assetto organizzativo adottato. Un ruolo di supporto che il Consiglio nazionale ha assunto anche sul versante fiscale, promuovendo momenti di formazione e confronto sulla circolare 1/E del 2026 e sostenendo il roadshow nazionale promosso da Agenzia delle Entrate e Università Pontificia Salesiana per accompagnare enti e operatori nell’applicazione del nuovo assetto tributario del Terzo settore.
Sul piano degli schemi, il documento ricostruisce un sistema articolato su tre livelli, calibrati in base alle dimensioni e alla struttura dell’ente. Gli Ets non piccoli restano tenuti al bilancio ordinario, composto da stato patrimoniale, rendiconto gestionale e relazione di missione. Per gli enti privi di personalità giuridica con ricavi non superiori a 300mila euro è possibile adottare il rendiconto per cassa, mentre per quelli personificati il limite resta a 60mila euro. Completa il quadro il modello E, che consente agli enti minori di rappresentare in forma aggregata entrate e uscite. Una semplificazione che resta, però, confinata alla forma. Anche il modello più snello deve consentire di ricostruire le informazioni necessarie per verificare il rispetto delle regole del Codice del Terzo settore (CTS). Occorrono, quindi, una contabilità organizzata a monte e un’informativa capace di integrare ciò che non emerge immediatamente dallo schema. Di particolare rilievo è poi il tema della tipicità dei bilanci. Gli schemi possono essere comuni, ma le informazioni cambiano in funzione della qualifica. Per le Odv occorre rendere evidente la centralità dell’apporto gratuito e il rapporto con il lavoro retribuito. Per le Aps assumono rilievo i corrispettivi specifici e le attività rivolte alla base associativa. Negli enti filantropici diventano centrali i fondi vincolati, le erogazioni deliberate e la distinzione tra patrimonio disponibile e risorse destinate. Per imprese sociali e società di mutuo soccorso rilevano, rispettivamente, la destinazione delle risorse alla missione e la funzione mutualistica. La qualifica, dunque, deve emergere dalle poste contabili e dalle informazioni che le accompagnano, superando una rendicontazione standardizzata e valorizzando le caratteristiche dei singoli Ets. Infine, il profilo più operativo riguarda il modo in cui i dati di bilancio incidono sulla qualificazione fiscale. L’articolo 79 del CTS richiede di confrontare i proventi delle attività di interesse generale con i relativi costi effettivi, comprensivi non solo degli oneri direttamente imputabili, ma anche dei costi indiretti e generali, inclusi quelli finanziari e tributari. Ne deriva che la natura commerciale o non commerciale dell’attività dipende anche da come i valori vengono rilevati e rappresentati. Il passaggio diventa più delicato in presenza di più attività di interesse generale o di costi promiscui, da ripartire secondo criteri capaci di rappresentarne l’effettivo assorbimento, in proporzione ai ricavi o attraverso tecniche contabili coerenti. Proprio per questo il bilancio non può essere costruito soltanto a consuntivo: il piano dei conti deve essere organizzato fin dall’inizio dell’esercizio, distinguendo attività di interesse generale, attività diverse e costi comuni. Una scelta che, anche per gli enti minori, consente di disporre dei dati necessari per sostenere, in sede di controllo, la corretta qualificazione delle operazioni.